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Meravigliosa quiete
Il canto delle cicale
Affonda nelle rocce

Matsu Banshō

Al mio arrivo in Giappone fui accolto da un clima mite e benigno. Era la prima settimana di febbraio, le giornate già chiare e lunghe, i boccioli dei pruni e dei fior di pesco promettenti calore agli animi intirizziti dal rigore dell’inverno.
Io lietamente mi compiacevo della mitezza del clima con i miei colleghi giardinieri, che annuivano condiscendenti. Tuttavia, dopo i primi rallegramenti, il loro sguardo pareva migrare lontano dal bel cielo sgombro di nuvole. Sulla fronte calava un’ombra opaca e le labbra volgevano in una piega amara. Era quello il momento in cui arrivava immancabile l’implacabile ammonimento: “Ehh sì, però vedrai quest’estate…”.

Ora che scrivo siamo a fine luglio e l’estate è senza dubbio arrivata. Fa trentadue gradi all’ombra più umidità relativa e si suda facendo la settimana enigmistica. Già sono stato informato che in agosto sarà peggio.
Dopo una settimana di lavori sodomitici nel sabbione infuocato del mio giardino, ieri ho trascorso inerme il sabato pomeriggio in compagnia degli europei di calcio e del mio condizionatore. Il caso ha voluto che fra le mani mi capitasse il volantino del Yusentei Park, un giardino in stile tradizionale giapponese a relativa distanza di sicurezza dal mio Mitsubishi.
Sul volantino si legge che il nome deriva da un poema haiku di Minamoto Michinatsu, la cui traduzione: “Lontano dall’intollerabile calore estivo, l’acqua sgorga dalla fontana (sen, 泉) fa crescere l’amicizia (yu, 友) in questa casa (tei, 亭)”. Non certo telegrafico, ma adeguato. Pare inoltre che in estate servano hiyashi matcha (冷やし抹茶), tè verde ghiacciato.
Incoraggiato dal suono promettente di questi ideogrammi, oggi decido di reagire e andare a visitare Yusentei Park, locato nella periferia sud di Fukuoka. Nel farlo, mi affido al diagrammatico “getting here” del volantino.
Sfortunamente, appena uscito dalla stazione suggerita, mi accorgo che le distanze segnalate hanno la stessa attendibilità della mappa della metropolitana di Londra. Googlemaps mi avverte cioè che quella che io avevo presupposto essere una passeggiata di 10 minuti, sarà una marcia di un’ora e mezza. Poco male. È domenica e io sto andando a visitare un giardino, tanto vale prenderla con filosofia e dare una sgranchita alle gambe.

La periferia di Fukuoka è una distesa conurbativa in nulla dissimile dal resto delle altre città giapponesi. Si tratta di un aggrumato denso e fuligginoso di palazzotti prefabbricati, cavi elettrici aerei e passaggi a livello. L’edilizia è docilmente addomesticata all’angolo retto, con qualche eclettica sollevazione art déco di stampo americano. Tutto è campito da una monotonia di grigi, beige e ardesia, con l’eccezione caleidoscopica dei distributori automatici di bibite.
Con un certo divertimento ripenso alle parole di Bruno Taut quando negli anni Trenta scrisse che “le arti architettoniche giapponesi non possono elevarsi più in alto [della villa imperiale] di Katsura, nè sprofondare più in basso [dei templi shoghunali] di Nikko”. Pare che l’architetto tedesco sia stato mosso al pianto davanti alla bellezza della villa di Katsura. Mi domando quale sarebbe ora la sua reazione di fronte a queste moderne “arti architettoniche”.

Fra questa ben poco poetica selva di parallelepipedi provo a individuare superstiti le esotiche ondulazioni dei tetti tradizionali. (Sto infatti iniziando a notare l’esistenza di una legge costante nelle abitazioni giapponesi: tanto più il tetto è nobilmente modulato – l’altezza non ha importanza, quanto piuttosto l’estensione -, tanto più il giardino sarà interessante).
Tuttavia i giardini qui sembrano avere lo stesso estro degli stands palafitticoli di una fiera vivaistica. Il campionario è monotono e prevedibile. Se non altro – mi dico – è offerta un’opportunità di osservare cosa viene coltivato, e le relative risposte al clima.
Il clima, difatti. Dopo tre settimane di verticali piogge monsoniche a cavallo fra giugno e luglio, le condizioni ora aridissime stanno mettendo a dura prova la vegetazione. Solo poche specie possono permettersi lo slancio dispensioso delle fioriture. I ranghi delle ericacee e rosacee hanno da tempo adempiuto ai loro obblighi. (A parte ovviamente per le rose stesse, grondanti di un tumulto indomito, che è sferzato dal sole e forzato dal laboratorio). Persino le asteracee sembrano essersi prese un periodo di ferie.

Ibischi e lagerstroemie sono forse i più prestanti maratoneti dell’estate. Fra gli ibischi, Hibiscus mutabilis è la specie più coltivata, ora nel pieno della sua gloria cangiante. Gli effimeri fiori si aprono bianchi al mattino per arrossarsi durante il giorno, prima di spegnersi al tramonto. Specie meno usatilizzate ma comunque presenti sono syriacus e coccineus. Non c’è traccia invece il meno tenace rosa-sinensis, che potrebbe sì sopportare la calura odierna (pur se scocciato forse dall’umidità), ma non accetterebbe il minimo sfioramento dal gelo.
Le lagerstroemie dal canto loro confermano tutte le loro doti: una stoica imperturbabilità a qualsivoglia terreno, precipitazioni e soprusi orticulturali, associata al molteplice e profuso interesse ornamentale, ne fanno forse il più solido esecutore in circolazione su terreni subtropicali.
La partita qui si gioca nell’incrocio di indica (il rappresentante asiatico continentale) con fauriei (endemico giapponese). Mentre la prima specie è un grande classico, la seconda è scoperta recente, che si distingue per due qualità eminenti: fiori bianchi e una superiore resistenza allo iodio.
Gli incroci che dagli anni ’60 sono stati sviluppati in America fra le due specie hanno contribuito ad alzare notevolmente l’asticella d’interesse e coltivibilità nel genere. Così oggi dai muretti dei giardini domestici vedo affacciarsi una gamma di panicoli diversamente colorati: dal bianco di ‘Natchez’, al rosa chiaro tendente al lilla di ‘Muskogee’, al tono ormai cremisi di ‘Tuscarora’. Tutti incroci di indica e fauriei.

Altri ottimi passisti nella marcia estate-autunno sono Lantana camara e Abelia x grandiflora. Soprattutto nelle abelie si nota l’inclinazione giapponese per le screziature e variegature di fiori e foglie, secondo un gusto che il connaisseur européen giudicherà forse un po’ kitsch, ma che ad ogni buon modo sarà gradita alternativa al beige del piastrellame pseudo-sanitario d’esterno locale.
Fra i rampicanti, a parte l’onnipresente Ipomea nil (la cui coltivazione mi pare ormai essere uno dei passatempi nazionali), si vede ricorrente Campsis grandiflora. Tanto esotica quanto tenace, Campsis viene qui usato nelle veci del sosia Bignonia capreolata, rispetto al quale pare comportarsi in modo più addomesticabile (forse anche perchè cresciuto in vaso, come in Giappone si tende generalmente a fare coi rampicanti).
Fra le perenni, Gazania rigens var. leucolaena, che è stata in fiore da aprile, non sembra voler arrestarsi e pare poter far più strada addirittura delle selezioni del conterraneo sudafricano Lampranthus.
Infine di lontano, nelle rare umide oasi non ancora diseccate di cemento, Canna indica e Nelumbo nucifera ricordano al salariato giapponese i colori di cui è composta l’estate.

Io nel frattempo, ancora imbrogliato tra gli incroci semaforici, spartitraffico pedonali e passaggi a livello, inizio a notare un pianta che fa da minimo comune denominatore in questo paesaggio urbano. È un misterioso arbusto a metà strada tra una berberidacea e aquifoliacea, piantato e clippato con assiduità. Pare essere ovunque vi sia la necessità di tappezzare alla svelta qualsivoglia isolotto pedonale, aiuoletta rialzata o siepaggio condominiale.
Tal predilezione sottende forse la presenza di caratteristiche notevoli e mi spinge all’identificazione. Mi svincolo da googlemaps e passo al mio sito di riferimento www.botanic.jp. Trovo infine il nome: Eurya emarginata.
Questa piata è nota in Giappone come hamahisakaki (浜姫榊), epiteto che, similarmente a mitsubishi, cela sotto il suono esotico una scienza più pragmatica. Sakaki infatti è quella Cleyera japonica venerata nei templi shinto e cugina di Eurya nella stessa famiglia delle Pentaphyllaceae (una tribù vicina alle Theaceae). Hama e hime significano rispettivamente “litorale” e “principessa” e – oltre a dare conferma dell’alta considerazione di cui gode la pianta – ci informano del suo habitat. Eurya emarginata radica infatti (e pare quasi averne appreso la tempra secca e livida) nel paesaggio asiatico fra le coste e le foreste di conifere. Qui tappezza le dune salmastre di sabbia e vento in compagnia di altri caratteri litorali come Euonymus japonicus, Hibiscus hamabo, Juniperus chinensis var. procumbens, Pittosporum tobira, Rosa wichuraiana, Vitex rotundifolia e Ternstroemia gymnanthera (altra cuginetta nelle Pentaphyllaceae).
Trapiantata in città, Eurya emarginata si è dimostrata così robusta e affidabile da diventare quasi onnipresente. Gli esemplari eguagliano e superano in numero gli stuoini yōkoso (benvenuto) all’ingresso delle proprietà. I giapponesi hanno imparato a servirsene secondo il canone utilitario e gerarchizzato tipico del loro costruire, e invero con la stessa tenacia con cui uno impiegherebbe un materiale da costruzione. Dove finisce il lavoro dei mattoni, inizia quello di Eurya emarginata. È anzi un vero e proprio “mattone vegetale”, da piazzare ovunque occorra un blocco denso, sempreverde, compatto, lucido, capace di resistere a siccità e inquinamento. Pare che in inverno le piante si rivestano di bacche rosse, le quali, congiuntamente alle dense ramificazioni, offrono supporto allo sparuto ecosistema di fauna urbana.
In definitiva, Eurya emarginata ha i muscoli del vero workhorse da giardino. Forse non sarà la pianta più sexy in catalogo, ma certo non manca della schiettazza e affidabilità necessarie per fronteggiare le sempre più attuali situazioni d’impoverimento, riscaldamento climatico o crisi idriche in atto.

Accompagnato da tal ragionamenti giungo davanti all’ingresso del Yusentei Park. In realtà le dimensioni sono quelle di un giardino, nella fattispecie un giardino da passeggiata di periodo Edo (secolo XVII).
Grazie anche a un certo sviluppo tecnico ed economico, i giardini giapponesi di questo periodo sono caratterizzati dall’apprezzamento di criteri estetici piuttosto che religiosi. Ci si discosta dalla scarna sobrietà delle precedenti stagioni zen. Le parole chiave diventano ora asobi (gioco) e tonoshimi (divertimento). Gli elementi compositivi si costituiscono in sentieri sinuosi, riproduzioni miniaturizzate di viste famose (il monte Fuji naturalmente tra i favoriti) e follies di diverso tipo. L’acqua è accolta nel disegno, permeandone gli spazi. La tavolozza delle specie vegetali utilizzate si fa più ricca e ardita.
Così il giardino Yusentei stesso, originato attorno al nucleo vernacolare della casa del tè, si dipinge progressivamente di colori ed elementi più vivaci (il pergolato dei glicini, una cascatella a gradoni, un padiglione estivo), tutti incorniciati da un alto sipario di alberi lungo il confine.

È tangibile il senso di essere giunto in un’oasi verde nel mezzo di un deserto di cemento. Inizio la mia passeggiata, circoscrivendo il tragitto attorno al perimetro del lago. Passo dopo passo le polveri e il senso soffocante della città mi si scrollano di dosso. Quei grigi lamenti sono qui conclusi e sopraffatti dal canto delle cicale.
Il mio famigerato volantino (la cui vista del giardino pare essere più attendibile dello diagramma precedente) mi segnala la presenza di due esemplari notevoli di Osmanthus fragrans. Li identifico ai bordi del lago. Vista la stagione non sono ora che anonimi cespuglioni nel verde: ancora lontana è l’effusione potente del loro profumo. Poco male, giusto evitare le distrazioni. La natura del tracciato e il calore estremo sconsigliano divagazioni fuori dalla strada battuta: meglio attenersi all’osservazione di ciò che è lecito.

E ciò che è lecito e doveroso osservare sono il carattere e fascino così inequivocabilmente giapponesi. Pare che con uno schiocco di dita un maestro sensei abbia miniaturizzato un’intera isola dell’arcipelago, come il modellista racchiude un galeone nella bottiglia. Cosicché le piante più effimere e rustiche sono le vere rivelatrici. Bambù nani emergono dalle crepe di sabbia del suolo; felci epifitiche crescono nelle fenditure dei tronchi; ovunque il muschio ammanta, quasi santificando, la pelle delle cose.
In questo territorio il latino botanico perde ogni significato, se mai ne ha avuto alcuno. Ogni commento tecnico sarebbe divagazione superflua e fuorviante: tutto è rivolto alla conquista di una impermanente verità estetica. (Tuttavia, per noi che siamo inguaribilmente occidentali, si annotino Shibataea kimasasa fra i bambù, Lemmaphyllum microphyllum e Lepisorus thunbergiana fra le felci epifitiche e Polytrichum commune fra i muschi).

Mi discosto dal percorso del lago, arrampicandomi su di un sentiero discosto, tutto ritmato da un calpestio diverso di massi. Il passo si fa più cauto: i sensi perdono il contatto con l’acqua e il suo conforto. Attorno a me si rivela un paesaggio quasi lavico di sabbia e pietra, nei cui cretti serpeggiano le radici delle poche piante atte a tale ristretta durezza. Fra queste vi sono Aucuba japonica, Fatsia japonica, Dendropanax trifidus, Lagerstroemia indica, Aspidistra elatior, Sarcandra glabra e Ardisia crenata. Tutte native.
Alzando lo sguardo, fronde di canfore, roveri, agrifogli e pini (anch’essi tutti nativi) sanciscono il confine tra la combustione della città e questo incantamento.

Chiudo il mio periplo circolare tornando nei pressi della casa del tè. Questa è una struttura ampia ma contemporaneamente ben calma e controllata, un lato della quale si aggetta a palafitta sul lago. I materiali di costruzione sono semplici e rustici come le piante d’intorno. Sono anzi per la gran parte direttamente derivati da quei legni. Non devo certo stringere gli occhi per osservare i vari esemplari di madake (Phyllostachys bambusoides, il bambù da costruzione), sugi (Cryptomeria japonica, il cedro rosso giapponese) e hinoki (Chamaecyparis obtusa, il cipresso giapponese). Queste specie sono coltivate presso il ring di confine del parco, in modo da secludere lo spazio interno e fornire legno da costruzione.

Una preziosa abilità umana è saper riconoscere, nella ressa delle ore, il momento in cui dedicarsi un piccolo omaggio quotidiano. Osservando la fotografia del tè verde ghiacciato servito all’interno, capisco che quel momento è per me arrivato.
Mi sfilo le scarpe e poggio il piede nudo sulle soffici stuoie di bambù. Entro in una ampia sala perforata di una quiete e un vuoto complessissimi. L’arredamento è pressoché inesistente. I pannelli divisori scorrevoli possono modulare lo spazio e la sua percezione.
Mi viene servito il tè ghiacciato, con l’accompagnamento di un dolce wagashi e un simpatico seguito di animaletti origami. La tazza in ceramica laccata, tutta irregolarmente bocciardata di spigoli e sfumature diverse, è un oggetto di nobile quanto transitoria bellezza. La lingua giapponese usa l’espressione wabi-sabi (侘寂) per indicare la sensibilità empatica verso l’imperfetto e l’effimero. Per noi che siamo inguaribilmente occidentali, si pensi al lacrimae rerum virgiliano.

Do due mezzi giri alla tazza e prendo un primo sorso. Il calore del sole si scioglie nell’acqua del lago, si fonde nel suolo. Tutto giace assorto e rovente nel meriggio, quasi come in una tela metafisica. Le libellule scheggiano per gioco lo specchio del lago, con inaudito divertimento. Gruppi di uccelli ardeidi si poggiano elastici sui rami. Le carpe sornione scodinzolano i loro baffi nell’acqua.

Prendo un secondo sorso. L’aria trema per un istante amalgamando i verdi diversi delle foglie e sull’acqua riflessi. Tutto si fonde in un unico unisono respiro. Le fronde degli alberi e le onde di sotto danzano in simultanea, con irripetibile coordinazione. Si digradano i miei spiccioli travagli, il brusio dell’aria condizionata, l’odore della plastica surriscaldata, le vibrazioni del decespugliatore.

Prendo un terzo e ultimo sorso. E cede infine il confine delle cose. Tutto si scioglie nel vuoto come un cubo di ghiaccio nel tè. Il fragore delle cicale penetra nelle pieghe del vento, nelle fenditure delle rocce, nei cerchi sull’acqua. E io sopraffatto da questo panico canto, cado nella canicola domenicale, come corpo morto cade.

Giulio Veronese