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Non è facile da descriversi in termini razionali.
È come una specie di folgore che trafigge senza preavviso, e invisibilmente.
Può seguire solo dopo un periodo assiduo e silenzioso di frequentazione delle cose naturali, senza inquinamenti o coinvolgimenti da estranea natura.
Riguarda l’amore simbiotico del regno vegetale.
Ha a che fare con la felicità umana.

Si tratta – ad esempio – di andarsene in automobile per la campagna irlandese, coi finestrini abbassati e la radio spenta, nella prima settimana d’aprile. E scollinando tra il rosa insolito di un arbusto fiorito cul ciglio stradale e il giallo prepotente di un ginestrone selvatico steso in mezzo a un campo, si ha una folgorazione, si è trafitti da un qualche cosa che ha ancora a che fare con le ere della fanciullezza o dei giorni del primo amore.
Un’ora dopo, ancora liberi dall’ordinaria malinconia, si ritorna nel cerchio di quei due colori, a piedi o in bicicletta, solo per raccogliere un rametto di quell’arbusto dai fiori rosa di cui si vuole assolutamente un nome.
Si chiede poi a chi di diritto, o si tenta l’identificazione fra le pagine di un libro di giardinaggio o attraverso chiavi dicotomiche.

Si scopre essere Ribes sanguineum[1].

Così magari la sera ci si dimentica di mangiare, e per ore ci si nutre del solo suono di quel nome nuovo, antico e moderno insieme, dagli uomini escogitato ma che infine cosí poco sembra avere con loro in comune. E ripetendo e vivisezionando quel nome (Ribes sanguineum, sanguineum, sanguineum) si tenta di risalire alla matrice di quel momento di folgorazione, di spiegarne le geometrie sottili, le ragioni ultime.
Pur tuttavia già perfettamente sapendo che quel brevissimo barbaglio a noi non apparteneva. A noi non toccava. Stava solo sospeso negli equilibri inspiegabili di quello spazio e di quel tempo precisi, nel taglio di quella luce, nella miracolosa coincidenza di quelle vite in essa per un momento racchiuse, nel pulviscolo di venti ora altrove raminghi.
E che quella pianta e quel nome (Ribes sanguineum) non saranno ormai per noi nulla più che un ricordo, un simbolo traslato, un tramite ideale con un miracolo cosí fragile che una volta sfiorato – cade, per rinascere (forse in difesa della nostra stessa comprensione) nel corpo di un’altra vita e sotto altre forme.

Questa sera penso che chi ama le piante sia in fondo colui che cerca tra quelle forme un’ipotesi di felicità.

[1] Arbusto deciduo, dal portamento eretto e compatto. Tenace al gelo. Altezza fino a 3 metri.
Necessita di pieno sole, terreno fertile e ben drenato. Utile per bordure. Originario del Nord America.
Corteccia castano scuro con lenticelle prominenti più pallide. Foglie lunghe 2/7 cm, larghe, palmate a 3 o 5 lobi; quando giovani emettono in primavera un forte odore di resina. Fiori prodotti all’inizio di primavera nello stesso periodo delle foglie, piccoli, tubolari, a grappoli rosa tendente al rosso. Frutto che seguono in estate è una bacca ovale lunga 1 cm, color porpora scuro, edule ma dal sapore insipido.

Giulio Veronese