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Anche il mondo dei bonsaismo ha le sue olimpiadi. Queste sono note come “The World Bonsai Convention” e si svolgono con cadenza quadriennale. Nell’ultimo fine settimana di aprile di quest’anno, la manifestazione è tornata per la prima volta in Giappone, e io ho avuto la fortuna di potermi recare ed assistere all’evento.
Sede designata dei giochi è stata Saitama, città a nord di Tokyo considerata in Giappone vera e propria mecca del bonsai. Qui nel 1989 si sviluppò l’idea delle Convention, per iniziativa di alcuni fra i più grandi maestri giapponesi di quella generazione (primo fra tutti Saburo Kato). Lo scopo dichiarato era diffondere il bonsaismo internazionalmente, contribuendo ad elevarne lo status da fatto meramente hobbistico a forma artistica autonoma e importante, in grado di parlare al mondo. Da allora la manifestazione ha fatto il giro del globo, passando per Sud Corea, Germania, Porto Rico, Cina e Stati Uniti (due volte). Oggi finalmente si ritorna dove tutto ebbe inizio.

Ho iniziato la mia visita dalla sede principale dell’evento, la Saitama Super Arena. Questa è un’immensa struttura polivalente indoor (seconda al mondo per capacità), una specie di astronave di vetro e acciaio parcheggiata nel tetris alabastrino di torri e grattacieli della metropoli di Tokyo. Camminando verso la lucida mole dell’Arena mi interrogo sulla pertinenza di questa quale contenitore per l’esposizione dei bonsai, rappresentanti di un’arte naturale e tradizionalissima. Tuttavia, giunto finalmente agli ingressi e constatato della lunghezza delle code di attesa, capisco che – probabilmente – altra soluzione non era possibile. Il numero di visitatori è impressionante, la loro provenienza spiccatamente internazionale.
Dopo una mezz’oretta di coda (durante la quale mi imbatto in un gruppo di simpatici italiani, entusiasti bonsaisti dal nord Italia), finalmente varco i cancelli dell’Arena. Il primo bonsai che mi è offerto è il campione e simbolo della manifestazione, lo straordinario shimpaku “Hiryu” (in giapponese, drago in volo). I bonsai shimpaku (una varietà nana di Juniper chinensis) sono tra i tipi tradizionali del bonsaismo giapponese, apprezzati per il fogliame sempreverde e l’attraente corteccia e legna, mantenuta secca per mezzo di solfato di calcio che dona il tipico effetto-gesso. Tuttavia, il valore specifico dell’esemplare “Hiryu” è da ricercare nella sua naturalezza drammatica e quasi totalmente congenita, dal momento che fino la pianta è cresciuta selvatica su un pendio di un monte e portata in coltivazione solo nel 1983.
Quindi il percorso espositivo si apre formalmente con i bonsai e le vaserie in concessione dal Palazzo Imperiale di Tokyo. Alcuni di questi centenari esemplari sono stati testimoni di accadimenti cruciali della storia dell’Impero del Sol Levante. La nobile e canonica estrazione di questi capolavori traspare da ogni angolatura. Il pino nero – vero aristocratico fra i bonsai – è la specie più esposta. Fa la sua entrée anche il bonsai più vetusto della collezione imperiale, un shimpaku datato 600 anni.

Il percorso continua con la rassegna di bonsai appartenenti a famose collezioni private. Ai miei occhi, questi sembrano muoversi verso canoni estetici più arditi, e virtuosissimi. Vi è un fantastico pino bianco (Pinus parviflora) appartenuto a Yasunari Kawabata, primo giapponese a ricevere il premio Nobel per la letteratura; un elegante acero tridente (Acer buergerianum) lavorato dal famoso bonsaista Naemi Iwasaki; un pino nero (Pinus thunbergii) miracolosamente sopravvissuto al bombardamento atomico (si trovava appena 3 chilometri da ground zero: oggi il suo valore – economico quanto simbolico – è inestimabile).
La mia attenzione si sofferma su un gruppo di yezo-matsu (Picea yedoensis) piantati in gruppo, in modo da richiamare nell’osservatore il senso di un bosco (stile yoseue). Leggo che fu lavorato da Saburo Kato, influente bonsaista di Omiya famoso per le composizioni “ambientali”, dove l’effetto di un paesaggio è suggerito grazie all’impiego combinato di rocce o piante. Sempre sullo stesso tono è una composizione shimpaku creata da Masahiko Kimura appositamente per la manifestazione: una serie di ginepri nani sono incastonati su di una roccia verticale, così evocando i famosi pilastri naturali a Wulingyuan in Cina. Mi lascio andare alla contemplazione di questi microcosmi per qualche minuto, di volta in volta rimpicciolendo e allargando il mio percepire come un allievo zen.

Ben presto tuttavia le sgomitate della folla mi richiamano all’ordine sospingendomi verso il nucleo principale dell’esposizione, una serie di oltre trecento bonsai da tutto l’arcipelago, allineati in corsie lunghe e trafficatissime. Visto il periodo dell’anno, sono soprattutto le qualità del fogliame a farsi apprezzare. Le poche specie in fiore sono qualche sporadico esemplare di Wisteria floribunda, Magnolia liliflora e Aesculus pavia ‘Rosea Nana’. Peccato che siamo appena in anticipo per i colori scintillanti delle azalee satsuki (Rhododendron indicum cvv.), vere regine dei bonsai da fiore giapponesi.
Ad ogni pianta è riservata una piccola alcova tokonoma in stile vernacolare, forse nel tentativo di ricreare una placida armonia nel muto e distaccato riverbero dell’Arena. Attorno al bonsai principale, collocato su un tavolino shoku o un asse piatto ji-ita, vi è un accompaniamento di oggetti tematizzanti, come un rotolo calligrafico kakejiku o un bonsai erbaceo minore kusamono, spesso non privo di una certa curiosità botanica. In alcuni casi sono usate le pietre suiseki, il soggetto protagonista della sezione che segue.
Suiseki è una delle arti naturali giapponesi, strettamente connessa alle discipline del bonsaismo e della cerimonia del tè, cha-no-yu. Sebbene – al contrario dei bonsai – le pietre suiseki non siano modellate da mano umana, esiste un legame profondo fra le due arti. Entrambe aspirano a plasmare un paesaggio miniaturizzato e immaginifico, capace di toccare in modo diverso la sensibilità di individui diversi. Al pari dei bonsai quindi, le pietre suiseki possono essere viste come dei microcosmi verso i quali è possibile smarrirsi all’infinito. Mi accorgo altresì che molte delle pietre sono designate con un nome proprio, primo (ma non unico) indizio per l’invenzione della sua forma interiore.

Un’altra sezione interessante è offerta dalle dimostrazioni pratiche di bonsaismo. Su un largo palco si esibiscono pubblicamente nell’arco dei due giorni importanti artisti da tutto il mondo. Dal Giappone partecipano i maestri Masahiko Kimura, Hiroshi Takeyama, Kunio Kobayashi e Shinji Suzuki; dall’estero, campioni internazionali del calibro di Werner M. Busch (Germania), Bjorn Bjorholm (USA), Zhao Qingquan (Cina) e Jyoti e Nikunj Parekh (India). Nel momento in cui mi capita di passare, vedo due bonsaisti lavorare in simulanea un pino nero con rapidità e confidenza impressionanti. Soprattutto considerando che mentre uno opera a mani nude, l’altro – pochi centimetri appresso – sta usando una motosega da arboricoltura. Allontanandomi ragiono senza troppa invidia al presente stato d’animo dell’addetto ai controlli sull’antinfortunistica per la manifestazione.
Con tali pensieri arrivo presso le bancarelle promozionali e commerciali, che occupano un vasto spazio centrale. La prima bancarella a catturare la mia attenzione è quella dell’Ufficio Turistico di Saitama, dove sono offerti prodotti locali, come gelatine saika-no-huiseki, sakè frizzante e misteriosimi crackers al bonsai. Forse più interessanti sono le bancarelle degli addetti al settore, con un ampia offerta di piccoli bonsai, attrezzi, libri e tessuti di indigo aizome. Peccato che per le politiche sul biocontrol sia davvero problematico esportare piante fuori dal Giappone (ma nell’Arena non manca uno spazio per autorizzazioni e quarantena; basta attendere tre mesi per l’autorizzazione). Verso la fine della gionata saranno annunciate alcune delle vendite più clamorose. Un pino nero appartenuto ad una celebrità giapponese è stato battuto a dieci milioni di yen. Faccio un conto del corrispettivo in euro. Lo faccio di nuovo, incredulo. Del resto, anche questo è il Giappone, terra di paradossi folli e iperbolici.

Il giorno seguente mi reco ad Omiya, il villaggio vicino a Saitama seconda sede della manifestazione. Omiya è riconosciuta in Giappone come patria dei bonsai. Le cose qui presero le mosse in seguito al tragico terremoto del Kanto del 1920; fu quella catastrofe a costringere un gruppo di bonsaisti della regione a spostarsi, in ricerca di una zona inurbanizzata dotata di acqua e aria di qualità per crescere le piante. Nel 1925 questi si stabilirono ad Omiya, la quale divenne ben presto un centro riconosciuto. Già nel 1936 si contavano ben 35 vivai specializzati.
In quegli anni, per risiedere a Omiya era necessario soddisfare quattro requisiti: possedere almeno dieci bonsai, aprire il proprio giardino alla comunità, abitare in case ad un unico piano abitativo e usare siepature per delimitare i confini delle proprietà. Si trattava a tutti gli effetti del primo piano urbanistico incentrato sulla coltivazione dei bonsai. Dal boom economico del dopoguerra molte cose sono cambiate ad Omiya (i vivai sono oggi solo sei), ma il livello professionale rimane comunque altissimo. Il villaggio ospita da tempo un festival annuale che richiama entusiasti da tutto il Giappone. La mascotte locale (in Giappone c’è sempre una mascotte locale) è “bonsaikun”, un affabile rinoceronte con un bonsai al posto del corno e un vaso blu in vece delle mutande.

Girovagando per le stradine del paese mi immergo nella sua atmosfera esotica ed idillica. Sembra impossibile trovarsi ad appena due chilometri dalla Sonic City di Saitama, quel rovente trambusto e l’algida edilizia. Ad Omiya i passi sembrano ricongiungersi con quel Giappone oggi quasi dimenticato, ancora a volte dipinto nelle pellicole di Kurosawa o Miyazaki. Penso fiducioso che qui è ancora aperto un dialogo fra natura e umanità, che solo permette al bonsai di elevarsi come forma artistica, permettendone la comprensione del senso.
Il primo sito che visito è Fuyo-en, un giardino-vivaio non lontano dalla stazione dei treni. Fuyo-en è rinomato per i bonsai decidui e per questo l’inizio della primavera e l’autunno sono i periodi migliori per una visita. Tuttavia anche a fine aprile non manca l’interesse. Molte varietà di aceri palmati hanno già iniziato il viraggio del loro fogliame (specificatamente Acer palmatum var. amoenum) e i sempreverdi hanno la brillantezza dello smeraldo. Camminando fra le corsie dei bonsai, incontro un giardiniere della ditta, impegnato a spostare certe vaserie. Gli chiedo di mostrarmi qualcosa di speciale e lui mi porta al cospetto di uno stupendo shimpaku, potato in modo drammatico e magnificamente alloggiato sopra uno specchio d’acqua, come un sogno navigando nell’aria.
Successivamente visito altri due vivai, Toju-en e Mansei-en. Il primo è popolare ad Omiya per i corsi di bonsaismo. Per questo si possono osservare un numero di bonsai ancora giovani, soprattutto pini bianchi giapponesi (Pinus parviflora). Notevole anche il display di due glicini, uno blu e uno bianco, cresciuti in stile kengai (a cascata). Mansei-en è invece il più antico dei giardini bonsai di Omiya, forse il più illustre. Negli anni la ditta si è orientata verso uno stile creativo (noto come sosaku), dove le piante sono – ad esempio – allevate in gruppi o abbarbicate a rocce, così stimolando l’immaginazione dell’osservatore. Varcando la soglia dell’edificio principale sono avvicinato dal proprietario dell’azienda, un insolitamente estroverso giapponese che mi domanda dell’Italia e della cucina. Inoltre incontro due giovani tirocinanti stranieri (un tedesco e un americano), coi quali scambio le rispettive opinioni sulle nostre esperienze lavorative in Giappone.

Continuando il mio cammino raggiungo l’ultima destinazione della mia giornata, il Museo del Bonsai di Omiya, l’unico al mondo nel suo genere. Questo è un edificio ad un unico piano, il cui disegno è moderno ma ancora tutto sommato rispettoso dello stile vernacolare giapponese. Le sale espositive si svolgono attorno ad una corte centrale dove è esibito il maggior numero dei bonsai della collezione, secondo criteri stagionali. Il resto dei bonsai è alloggiato in eleganti alcove nelle sale interne del museo. Il percorso interno si conclude in una piacevole sezione di storia e arte del bonsai, dove sono esibiti vasi hachi e suibari, una collezione di stampe su legno ukiyoe e dipinti moderni su fotografia.
Decido di iniziare la mia visita dal percorso interno. Quattro stupendi esemplari sono offerti ai miei occhi: un pino rosso giapponese (Pinus parviflora, stile moyogi), un acero tridente (Acer buergerianum, stile kabudachi), un abete di Yedo nero (Picea jezoensis, stile moyogi) e un ginepro ad aghi (Juniper rigida, stile moyogi). Parallelamente alcuni pannelli didattici aiutano la lettura delle opere, indicando terminologia e concetti specifici. Nell’ala seguente dell’edificio sono ricostruite tre stanze tradizionali tatami (zashiki-kazari), secondo i canoni estetici shi, gyo e so. Nell’alcova in stile shin è alloggiato forse il bonsai più importante della collezione, un vetusto esemplare di Pinus parviflora “Higurashi”, capolavoro assoluto che è rimasto escluso al pubblico per otto anni.

Concludo la visita passeggiando per il giardino interno, dove è esibito il nucleo della collezione del museo. La selezione è piuttosto eterogenea, sia per quanto riguarda le specie che per le età dei bonsai. Rimango per qualche minuto sospeso nella contemplazione di un fantastico bonsai scolpito nella forma di dragone. Quindi mi sposto verso due anthichi esemplari di Pinus parviflora (il pino bianco giapponese), il cui valore stimato è cento milioni di yen (cadauno). Non vi è dubbio che la verde cornice del giardino permetta di godere dei bonsai in modo diverso. Rispetto all’accasamento – certo artistico – nell’alcova domestica, esibire un bonsai en plein air rende possibile la sua osservazione a tutto tondo, così integrandone la comprensione. Mi domando quale potrebbe essere l’effetto artistico nell’esibire bonsai in un tempio shinto o buddista. Sono convinto che il genius loci di quei luoghi, il loro fascino sottile ed impermanente, potrebbe innalzare il godimento estetico ed emotivo al massimo grado. Lasciando Omiya e Saitama al calar della luce, mi riprometto di rendermi l più presto partecipe di tal investigazione.

Giulio Veronese