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Giovanni Comisso è stato scrittore e giardiniere.
Nel suo libro “La mia casa di campagna” vi sono capitoli che andrebbero fatti leggere d’obbligo nelle scuole superiori italiane, dai licei classici agli istituti di agraria. Questa sensuale descrizione della terra ne è solo un esempio.

La terra è una vita germinativa regolata da un calore sommerso in rispondente amore con quello irruente e alterno del sole. Cresce questo calore sommerso, tumulta, si affievolisce, si fa profondo, inavvertito sotto al gelo e poi riprende ancora a salire, fino ad affiorare nelle vampanti giornate, quando trema l’aria rasente ai solchi. Questa terra à le sue ossa di roccia, le sue musculature di ghiaia, tracciate dall’impeto dei torrenti nei primordi, à la sua carne rossa per antichi boschi distrutti o nera di paludi interrate e le sue vene d’acqua che affluiscono dai solchi innumerevoli dentro a questa carne vegetante e ai fossi verdastri tra i campi.

À le sue fantasie secondo il tempo e va trattata in ubbidienza. Così dopo una pioggia di cui si sia imbevuta, bisogna lasciarla stare in pace e non toccarla. Turbata in questo periodo di assorbimento d’acqua è come creare in essa piaghe inguaribili per un intero anno. Solo ritornata morbida, concederà di essere lavorata, altrimenti come se le si spezzassero tendini o vene, rimarrà dura, intrattabile e infeconda. À le sue parti buone e altre fredde e sterili, alcune adatte per l’uva e non per il frumento, altre favorevoli al gelso e contrarie al foraggio, il contadino le conosce e le accontenta nelle loro voglie.

Ancora à le sue malattie che si sprigionano per portare guasto: i vermi del granone e del frumento, i pidocchi del pesco, le talpe, i grillitalpa e tutti gli altri germi invisibili, come nei mali atroci degli uomini, ad attaccare foglie, radici e frutta. Sorgono da essa queste malattie secondo gli anni, forse in rapporto al gioco delle pioggie primaverili o degli inverni più o meno gelidi. À estri come di donna nel desiderare sementi di terra più lontana e diverse, subito alimentate dal grande calore sommerso con maggiore brama. Grava influente la luna, generando rispondenza ed esigenza alle quali il contadino sa dare ascolto: cede la terra con più succo i foraggi tagliati in calare di luna e altre sementi avvia più rapida al frutto se affidate nel tempo delle crescita lunare.

Resa compatta dalle pioggie autunnali, dalle gelate, a primavera si frantuma, si discioglie alle prime piogge e ai venti leggeri. Freme docile all’aratro, poi tra sole e pioggia forma altro impasto. Nell’aria di giugno è ancora facile a lavorare e pronta ad accogliere altra semente, dopo il taglio del frumento, ma al pieno vampeggiare di luglio si chiude in se stessa, come una testuggine, dura, impenetrabile nella sua epidermide biscottata e non la scalfisce la zappa. Le giornate si sovrappongono senza una nube, con il sole interamente goduto, limpido, nudo, pesante a comprimerla, fino ad aprire nella sua carne fenditure, come ferite, da cui esce il tremante calore. Possono formarsi improvvise piogge radunate sui monti, ma non bastano per spegnere questo ardore di forno, solo passata la merà di agosto la prima pioggia sarà come un marchio per domarla e ricondurla a una mitezza in cui si abbandonano grappoli e pannocchie. L’autunno la riprende, con il sole sempre più accorciante il suo apparire, ed essa raccoglie su di sè le foglie, le sementi e gli umidori del cielo fino a quando il vento freddo e le prime nevi non la rinserrino ancora.

Il contadino ama questa terra alla quale è legato per tutta la vita e non si annoia al ripetersi sempre uguale delle stagioni e delle opere. Si sente nato da essa e a essa destinato: vi è il cielo, vi è la terra ed esiste la sua fatica di pronubo per fare scaturire biade e frutta.

FONTI

Giovanni Comisso. La mia casa di Campagna. Longanesi, 1968.

Giulio Veronese