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Le fritillarie sono un gruppo di circa cento bulbi primaverili variamente distribuiti nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Si caratterizzano per fioriture a campana più o meno timidamente tinte e ricurve.
L’osservazione ravvicinata delle specie non mancherà di coglierne l’intricata complessità e fascino. Complessità che aleggia inesplicabile nelle trame reticolate dei fiori (il DNA di queste piante è più complesso di quello umano; fra gli organismi viventi, Fritillaria assyriaca ha avuto a lungo il più grande genoma conosciuto, fino a quando Paris japonica non le ha rubato il primato). Fascino che di conseguenza si insidia inevitabile e quasi ipnotico nell’animo dell’osservatore.
Vita Sackville-West amò la nativa fritillaria inglese (Fritillaria meleagris) forse più di ogni altro bulbo primaverile. Nel suo libro Some Flowers, descrisse questa specie con un trasporto così lirico da obbligarmi a tentare una traduzione.

Fritillaria meleagris. The meadow Fritillary

La nostra nativa fritillaria è uno di quegli strani fiori che proprio non paiono appartenere ai noti e innocenti pascoli. Esistono fiori simili – il gigaro scuro[1] ad esempio, o diverse orchidee – che nessuno reputerebbe altrimenti che esotici. La fritillaria appare come qualcosa di estremamente scelto, delicato, costoso, che potrebbe affiorare da un vaso  di una serra tropicale, piuttosto che condividere l’erba fresca coi ranuncoli e primule. I suoi nomignoli recano qualcosa di sinistro: testa di serpente[2], dama cupa[3] e, a volte, campana del lebbroso[4]. Eppure è indigeno tanto quanto i narcisi comuni[5] o i fior di cuculo[6].

Alcuni lo confondono per una specie di tulipano selvatico, altri per un narciso; Gilbert White di Selborne è fra coloro che sono caduti nel secondo equivoco. Miss Mitford fa anche peggio, chiamandolo “il tinto anemone dei boschi”[7]. In realtà appartiene ai ranghi delle liliaceae e potrebbe essere non troppo impropriamente chiamato il nostro personale lilla di campo inglese. Il suo curioso marchio a quadrati enuclea alcuni dei vari appellativi; fritillus, nella fattispecie, è il nome latino della scatola per dadi, a suo volta derivato dal tavoliere degli scacchi o della dama; e meleagris ha origine dal latino per faraona, le cui penne picchiettate così vividamente hanno ricordato ai nostri antenati la fritillaria che Gerard chiama nel suo Herbal (1597) fiore della faraona[8].

Sfortunatamente si fa ogni anno più raro, ed è estremamente localizzato nella distribuzione. Ciò detto, quando lo si trova, lo si trova copiosamente nell’acro; quando non lo si trova, semplicemente se ne fa senza. Diversamente dalle orchidee, non c’è possibilità di venirne a contatto qua o là, per quanto il numero possa non essere copioso: la fritillaria non conosce mezze misure. Una volta che la si è vista distesa per l’acro, non è possibile dimenticarne la vista. Meno appariscente del ranuncolo comune[9], meno spettacolare della digitale[10], sembra gettare un’ombra damascata sul prato, come un di un crepuscolo oscurato da nubi e tuoni che ammantano il sole morente. Quando la fritillaria cresce, può crescere fitta come il giacinto comune, cupa e fosca, singolarmente inadatta agli umidi prati e salici lungo un ruscello dell’Oxfordshire o Hampshire. Nei paesi che producono vino si vedono stantii gli ammassi degli acini schiacciati e gettati dopo che il succo è ne stato tolto. Il loro colore è quasi del tutto quello della fritillaria.

Al suo stato nativo il bulbo cresce molto in profondità, così, prendendo consiglio dalla natura, noi dovremmo piantarlo nel nostro giardino alla profondità di almeno sei-otto pollici. Esiste un’altra buona ragione per far questo: i fagiani ne sono ghiotti e possono rasparlo fuori se piantato troppo superficialmente. A parte gli inconvenienti coi fagiani, è un bulbo estremamente compiacente e germoglierà quasi dovunque in qualsiasi buona terra, sia nel prato che nelle aiuole. Rende al meglio nel prato, dove è naturalmente pensato per essere, ma non credo che sia davvero importante dove lo si metta dal momento che è improbabile che si disponga dei milioni di bulbi necessari per riprodurre il complessivo effetto naturale; piuttosto, sia più plausibile coltivarne appena quel tanto da rendere abbastanza fiori da raccogliere.

La fritillaria, a meno che non si sia preparati a coltivarla nell’enorme numero per il quale è naturalmente predisposta, è un fiore da mettere in un bicchiere sul tavolo. È un fiore da contemplare da vicino. Per apprezzare la sua vera bellezza è necessario farne conoscenza intima. È necessario esaminare attentamente ogni sua piccola casella, e poi voltare in alto la campana per potere cogliere a fondo le profondità e la bizzarra semitrasparenza del suo stranamente estraneo e tinto di vino calice. È un sinistro piccolo fiore. Sinistro nei suoi addolorati colori di declino.

NOTE

[1] wild arum nel testo (Arum maculatum).
[2] Snakeshead nel testo.
[3] Sullen Lady nel testo.
[4] Leper’s Bell nel testo.
[5] blue-bell nel testo (Hyachinthoides non-scripta).
[6] ragged robin nel testo (Lychnis flos-cuculi).
[7] wood anemone nel testo (Anemone nemorosa).
[8] Ginny-Hen flower nel testo, presumo arcaico per guinea-hen (faraona).
[9] buttercup nel testo (Ranunculus acris).
[10] foxglove nel testo (Digitalis purpurea).

Giulio Veronese