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Sono sufficienti un paio d’ore dal momento  dell’atterraggio perchè ogni ordinario cittadino occidentale comprenda quale sia l’unica cosa davvero indispensabile in Giappone. Vale a dire, un moderno smartphone con connessione internet. Vero e proprio dispositivo salva-vacanza (o salva-vita, per chi, come me, abita qui) va trattato con la stessa ossequiosa premura che si presta al passaporto, la cartellina con la prenotazione dell’albergo o la lonely planet comprata in areoporto.
Così, dopo le iniziali appannature da jetlag, anche io mi feci forza e decisi di investire un magnifico sabato pomeriggio di sole nell’acquisto di un cellulare intelligente. (Non ero partito del tutto sprovveduto e avevo già con me uno smartphone; va però precisato che per molte cose – fra le quali la telefonia mobile – il Giappone funziona esatttamente come le Galapagos. Nel senso che le sim locali possono girare solo su telefoni abilitati al traffico locale. Il che significa che se uno vuole farsi un contratto in Giappone, deve giocoforza comprarsi un telefono giapponese).

Il colossale centro commerciale troneggiava isolato sulla vasta pianura di risaie e cavi elettrici aerei. La sua mole metallica e squadrata era già premessa del clima psicologico che avrei trovato al centro di assistenza telefonico. Mi incamminai con l’animo intimorito ma risoluto che fu di Fra Cristoforo mentre saliva al castello di Don Rodrigo.
Ormai all’ombra delle muraglie del centro commerciale, notai un basso edificio costruito in stile tradizionale; un portone malchiuso rivelava una gaudente Camellia sasanqua e un eccezionale bonsai di pino, dal contegno centenario.
Mi trovavo di fronte all’ingresso di un tempio buddista.

Entrai e fui accolto con ospitalità gentile e curiosa. Venni approcciato a turno da tutti i frequentatori di quel luogo: il prete, una coppia giapponese, uno strambo americano fuggito dalla patria e religioni natie. Fui informato che avevo varcato la soglia di un tempio Nichiren, una delle scuole buddiste giapponesi. Mi mostrarono le fotografie del Taiseki-ji, il tempio principale Nichieren ai piedi del monte Fuji.  Mi venne regalato un rosario buddista, il cosiddetto juzu. Quindi i frequentatori del tempio mi invitarono a pregare con loro, mettendomi al centro della sala e celebrando un rituale di grande suggestione, il canto del nam-myoho-renge-kyo.

Quando, diverse ore dopo, uscivo dalle porte scorrevoli del centro commerciale il sole era ormai calato, ma nelle mani avevo un telefono con connessione satellitare e il mio juzu. Nel mio animo era la fede cartesiana di poter ritrovare la strada di casa.

Qualche settimana dopo una delle signore conosciute al tempio mi contattò per invitarmi a cena. Era sinceramente interessata a conoscere la mia storia; e a rubarmi un poco di inglese, disse, dato che la mia pronuncia era così “britannica”. (Qui io taqui, pensando a cosa avrebbero potuto dire i miei ex colleghi di Cambridge).
Dal momento che la volta precedente avevo mostrato interesse per le piante del tempio, la signora portò con sè un regalo. Una piccola pianta di Illicium anisatum, arbusto sempreverde noto in Giappone col nome di shikimi. E qui finalmente veniamo al sugo della storia.

Inanzitutto un chiarimento di carattere tassonomico. In Giappone questa specie è tradotta botanicamente come Illicium religiosum, vista la connessione con le dottrine locali. Il nome fu diffuso da Philipp Franz von Siebold, personalità storicamente importante nella classificazione e divulgazione delle piante giapponesi nel mondo. Fra i suoi meriti, oltre ad aver scritto la prima Flora Japonica (1835), anche quello di aver introdotto in Europa Fallopia japonica, ovvero quel poligono o “maledizione” giapponese che l’Unione Mondiale della Conservazione considera fra le dieci specie vegetali più invasive al mondo.

Tornando a caratteri più mansueti, Illicium è stato tradizionalmente incluso nella famiglia Schisandraceae. Tuttavia, in seguito a evidenze genetiche, oggi Illicium è classificato nella propria famiglia Illiaceae, mentre nelle Schisandraceae rimangono solo due generi, Schisandra e Kadsura, entrambi rampicanti legnosi americo-asiatici dalla crescita più o meno aggressiva.

Forse di maggiore interesse per il giardiniere occidentale è osservare l’affinità morfologica che esiste tra Illiaceae e Winteraceae (si guardino i fiori di alcune specie di Drymis) e, in termini evolutivi, l’inclusione di Illicium all’ordine primitivo delle Magnoliales; dato che attesta il carattere davvero “venerando” del nostro religiosum.
Il genere Illicium consiste di 34 taxa [theplantlist.org], dalla distribuzione variamente disgiunta fra Estremo Oriente (est Siberia esclusa), Nord America e Indie occidentali. Di questi 34, 32 sono equanimamente ignorati nelle nostre cronache orticultural-botaniche, anisatum incluso. Gli unici due rappresentanti del genere che, per ragioni diverse, hanno sconfinato in Europa sono I. floridanum e I. verum.
Mi si permetta ora una digressione su questi due tipi, con l’intenzione di gettar luce su alcuni caratteri ancora oscuri del nostro protagonista.

Illicium floridanum viene dalla Florida e ha passato l’Oceano Atlantico a metà del Settecento. Riuscitissimo esempio di determinismo nominativo, questa è l’unica specie nel suo genere ad avere i caratteri ornamentali e di tenacia esportabili in un giardino temperato. Il suo abito sempreverde, i fiori rosso granata e l’odore peculiare (che con grande aplomb W.J. Bean definì  “agreeable aromatic fragrance”) ne fanno una pianta utile per underplanting in zone di ombra umida e un poco segreta. A lui affine a ma meno tenace è Illicium mexicanum, pianta di suggestiva bellezza con quei fiori ormai tropicali, palpitanti di un rosso arso e sfilacciato.
Illicium verum viene dalla Cina e fu introdotto in Europa alla fine del Seicento, apparentemente passando per le steppe russe. Cionnonostante, i caratteristici frutti ottogonali stellati erano già conosciuti da secoli nel Vecchio Mondo e usati come spezia rara ed esotica. Come alcuni avranno già intuito, Illicium verum non è altro che la pianta dell’anice stellato. Nei termini della nostra trattazione tuttavia, importa dire che Illicium verum è (quasi del tutto) identico a Illicium anisatum.
Diremo anzi che, se floridanum può considerarsi l’attraente cugino americano di anisatum, verum è il suo gemello asiatico.

L’aver trovato ora un sosia mi obbliga a discutere la morfologia di Illicium anisatum. Il lettore attento avrà senz’altro notato che dopo quasi mille battute la descrezione della pianta in esame sia fin qui limitata ad “arbusto sempreverde”. A mia parziale discolpa ribatto che le note che seguiranno saranno non solo botanicamente sincere, ma anche utili per evitare intossicazioni alla parafarmacia di turno. Vediamo come.

Illicium anisatum è un arbusto sempreverde. Se ha avuto una vita felice e priva di acciacchi, può toccare i sei metri in età matura. Le foglie sono intere, petiolate, lanceolate, della lunghezza di una matita ikea (sette centimetri, era quello che avevo in tasca al momento); sono verde scuro e coriacee, quasi cerose al tatto.
All’ascella fogliare si aprono i fiori in aprile, con sfoggio di una bella frangiatura di petali bianco crema, anch’essi cerosi al tatto. Il frutto consiste di otto carpelli, affiancati nella caratteristica forma stellata. Ogni carpello racchiude il pistillo sul lato superiore. Inizialmente verde e succoso, il frutto secca in autunno e gradualmente “cuoce” fino a raggiungere il caratteristico color mattone. I semi sono sparati fuori con grande forza, fino a 3-4 metri, con atteggiamento osservabile in altre specie dal temperamento “balistico” (si vedano le Cucurbitaceae Cyclanthera explodens o Ecballium elaterium o, per restare alla flora asiatica, Sapium sebiferum, l’albero dei popcorn).

Si prenda quanto detto e lo si attribuisca ad Illicium verum: le piante hanno forma e struttura esteriori identiche. Certo, diversi autori hanno distinto e distingueranno fra diverse dimensioni o forme delle foglie, o altezze ultime, o aromi o gusto dei frutti; ma le piante sono sostanzialmente identiche. (Inoltre, come è stato fatto notare [J.F. Eykman, 1881], certe minime variazioni possono essere dovute all’influenza di fattori locali e climatici e quindi non determinative per la separazione delle due specie; al contrario – qui ipotizzo – forse indizio di riconducibilità ad un’unica sovra-specie, vista anche la comune provenienza cinese di verum e anisatum).
Tuttavia un confine esiste per la demarcazione per le due specie, netto come l’equatore per i due emisferi. Illicium verum è pianta aromatica e innocua, Illicium anisatum contine acido shikimico ed è fondamentalmente tossico. Non mi dilungherò ora a riportare i casi di intossicazione umana o animale da Illicium anisatum o del suo uso nella medicina cinese alternativa. Basti dire che i frutti delle due specie sono sì simili ma in fine distinguibili: questo link fornisce le informazioni necessarie per evitare lamentele sulla riuscita del vin brulè.

Per tornare nei termini a noi più conclusi del giardino e del giardinaggio, Illicium verum e I. anisatum possono essere trattati nella medesima maniera. Entrambi possiedono un abito solido e denso, che ben si adatta sia alla formazione di cespugli informali che di siepi geometriche. La risposta alle potature è affidabile. Tuttavia, il carattere (e fascino) più legittimo di Illicium si svela forse solo in età matura, quando, dopo lenta crescita, gli esemplari raggiungono la statura di piccoli alberelli o bonsai. Perchè tale traguardo sia raggiunto, le piante devono essere coltivate in un ombra mite e umida, analoga a quella delle native montagne boscose.

Sebbene ne esistano cultivars ornamentali (vedi usubeni-shikimi e okinawa-shikimi), Illicium anisatum non è per tradizione pianta tanto da giardino, quanto da cimiteri e templi. Si pensa che il forte aroma dolciastro delle sue parti purifichi i luoghi e allontani i demoni. Più realisticamente, prima che la cremazione fosse diffusa in Giappone, shikimi era piantato come dissuasivo per cani e altri animali d’atteggiamento troppo “ruspante”. Tutt’oggi persiste nell’Asia buddista l’uso di riporre i rami nelle bare durante le cerimonie funebri.
Illicium anisatum è una delle poche piante ammesse nella pratica Nichiren. La mia gentile signora mi spiegò che, al contrario di altre scuole della stessa religione, il Buddismo Nichiren non usa una quantità di simboli vegetali e floreali. Un sentimento di austera sobrietà è rivolto al mondo naturale. L’altra pianta fondamentale è naturalmente il fiore di loto (Nelumbo nucifera), assunto da più di una religione a simbolo imperituro di bellezza.

Oggi in un giardino inglese in Giappone, il mio Illicium anisatum ha trovato il suo posto in una mezz’ombra di felci, ellebori e kerrie. Tutto ancora intirizzito dall’imballaggio, quasi come un ordinario cittadino occidentale alle prese col fuso orario. Lontano dai clamori dei bordi fioriti di rose, io aspetterò che il tempo sfilacci i suoi petali.

FONTI

Eykman, J.F. (1881). Mitteileungen der Deustschen Gesellschaft fur Natur- und Volkerkunde Ostasiensis, vol. XXIII.

[plant list, 2016] www.theplantlist.org

Vedi anche: www.henriettes-herb.com/eclectic/journals/ajp1881/08-illicium.html

Giulio Veronese