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Uno dei leitmotiv che i giapponesi amano ripetere è che “in Giappone noi abbiamo quattro stagioni”. Grazie tante – si dirà – noi in Italia abbiamo anche la margherita. Tuttavia, dopo quasi dodici mesi sulle isole, mi accorgo che che tal ovvietà vale la pena di essere un poco discussa.
Il clima giapponese è caratterizzato da stagionalità marcatamente definite, soggette a gradienti diversi di geografia e latitudine. Se a questo si somma un ventaglio di fenomeni che periodicamente interessano l’arcipelago (correnti oceaniche calde e fredde, stagione delle piogge, tifoni meridionali e settentrionali, disastri naturali vari ed eventuali), si avrà una percezione del perchè i giapponesi siano convinti di essere l’unico paese al mondo a godere di quattro distinte stagioni.

La cultura giapponese – in tutte le sue manifestazioni – è un grandioso folclore delle quattro stagioni. L’ascolto continuato della natura, unitamente all’ubiquo mormorio dell’indigeno credo panteista, ha portato nei secoli le arti e le tecniche ad un grado di “arcaico perfezionamento” che non ha, io penso, paralleli altrove.
Allo stesso modo, la lingua giapponese ha saputo comporre e (fino ad ora) mantenere una ghirlanda di parole unicamente descrittive delle stagioni e del paesaggio, tutte prospere di associazioni letterarie ed estetiche. Penetrare il senso di questo antico lessico naturale significa anche capire i giardini giapponesi, e le annesse pratiche orticulturali. Così mi dimenticherò dei manuali di botanica e del latino di Linneo, divertendomi a seguire i movimenti di un pennello da calligrafia.


1. Hanami   
花見

I giapponesi sono noti per la nitida taciturnità e riservatezza. Una delle abilità sociali più apprezzate consiste nel saper “leggere il silenzio” (sic). Un classico adagio giapponese recita “un uomo in silenzio è il più bello da ascoltare”. Chi non sia avvezzo a tal codice comunicativo avrà a tratti la sensazione che la comunicazione avvenga telepaticamente, ma tant’è.
Un fatto misterioso accade in primavera. Per due brevi settimane, l’umore della popolazione cambia d’improvviso, gli animi si fanno aperti e solari. Come per miracolo, milioni di persone lasciano le scrivanie ed escono all’aria aperta. Le cravatte si allentano, ceste da pic-nic e bottiglie di sakè compaiono sui prati. Nell’aria aleggiano canti e poemetti haiku. I festeggiamenti si protraggono fino a tarda sera. A cosa si deve tal inusitata baldoria collettiva?
Il motivo è presto spiegato con l’annuale fioritura dei ciliegi. L’amore del popolo giapponese per le effimere fioriture dei ciliegi è fatto antico tanto quanto l’Impero del Sol Levante. Sakura è “albero di ciliegio” (Prunus serrulata è la specie esemplare, P. x yedoensis ‘Somei Yoshino’ è il cultivar campione), ma è hanami, “l’osservazione dei fiori”, la parola che ha fatto il giro del mondo. I giapponesi amano sedersi all’ombra di quelle nuvole di petali rosa, che simbolicamente sanciscono la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.
I ciliegi sono piante impazienti. L’ardore con cui crescono veloci e generosi è lo stesso che li conduce ad un’esistenza tenera ed effimera. Nell’attimo stesso in cui i rami raggiungono la piena fioritura, i petali iniziano la loro silenziosa caduta. Il senso nostalgico di questo passaggio è un non plus ultra nel repertorio sentimentale di ogni giapponese che si rispetti. Magari sotto il fluttuante nevicare di petali, con gli occhi annebbiati dal sakè e un sorriso petroniano, qualcuno canterà: Che tristezza, i fiori / dei ciliegi si fanno nuvole / per salutarmi.


2. Momiji-gari   
紅葉狩

Secondi solo ai ciliegi in fiore nel cuore di un giapponese sono gli aceri in autunno.  Momiji-gari è la parola d’ordine, composta dagli ideogrammi per “colori autunnali” (ma anche “albero di acero”, con metonimico favoritismo) e “caccia”.
Si narra che l’attività originò nell’Era Heian (794-1185) come scampagnata cultural-sentimentale. Nel frenetico Giappone moderno, momiji-gari è diventata una faccenda molto più pragmatica. Alle foglie d’acero non si va più con la cesta da pic-nic, ma con le mire del vero cacciatore.
La stagione si apre in altura, dove, grazie ai precoci e drastici sbalzi termici, le piante selvatiche si accendono nel bosco. Al posto della carabina, il cacciatore professionista si serve di obiettivi fotografici telescopici. Acer palmatum è ovviamente la preda più ambita. Acer japonicum, Sorbus commixta e Larix kaempferi sono gli altri maggiori bersagli d’alta quota. Un paio di settimane più tardi i cacciatori si spostano nelle pianure, dove i più mansueti e romantici aceri domestici offrono un comodo bottino. Ginkgo biloba si concede qui al margine delle strade, come il più facile dei fagiani. I templi di Nikkō e Kyoto sono da sempre le aree più setacciate.


3. Shinrin-yoki
   森林浴

Qualora si incappi in un cacciatore non troppo antagonista, che abbia per un attimo sospeso la caccia (o finito le batterie della macchina fotografica), si sentirà pronunciare forse questa parola, shinrin-yoki, il cui significato è “immersione nella foresta”.
Shirin-yoki descrive l’attitudine a visitare la foresta con lo scopo di rilassarsi e purificare il corpo e la mente. Sebbene la parola possa suonare recondita ed esotica, si tratta in realtà di una introduzione relativamente recente. È stata coniata ad hoc nel 1982 dalla Guardia Forestale Giapponese per incentivare la frequentazione dei boschi da parte della popolazione. Lo slogan ha avuto grande fortuna, tanto che pare che qualcuno abbia affermato che shirin-yoki sia “meglio dello yoga”.
Nonostante la piega new-age, shirin-yoki è parola genuinamente selvatica e sarebbe senz’altro piaciuta a Henry David Thoreau. Lo scrittore-boscaiolo americano aveva nel suo dizionario “nemophilist” (amante dei boschi), ma non mi risulta lo abbia mai usato, forse per il fatto che la parola è fuori uso da un centinaio d’anni. Ancora viva e vegeta nelle foreste americane è invece Nemophila, un grazioso genere di boscherecci non-ti-scordar-di-me.
Ma mi accorgo di star allontanando dal sentiero battuto. Me ne scuso, e torno in carreggiata…


4. Fuji-san   
富士山

Il Giappone senza il Monte Fuji sarebbe un po’ come l’Egitto senza le piramidi. Vale a dire, ben lungi da essere solamente un mero fenomeno geografico o paesaggistico, questo vulcano locato al centro del paese è di diritto la pietra miliare della storia culturale del paese.
La mia personale educazione giapponista si è spesso orientata con la vista – seppur indiretta – del Monte Fuji. Le trentasei celeberrime vedute di Hokusai e Hiroshige furono il mio primo contatto con l’arte pittorica giapponese. Successivamente ho scoperto anche le belle immagini di Kōyō Okada, il quale – più che un fotografo di paesaggio – mi pare essere il ritrattista di un unico modello, secondo un grado coesistente di concentrazione ed astrattezza peculiarmente giapponese.  Il primo snack di riso onigiri che ho comprato all’areoporto fu pagato con una banconota da mille yen, sul lato della quale è ritratto il Monte Fuji in una giornata di primavera. Col resto comprai l’inevitabile cartolina raffigurante un treno shinkansen saettante ai piedi dell’imperturbabile monte. (Del francobollo non ho ricordo, ma non mi stupirebbe sapere che vi fosse onorato il vulcano anche lì).
Nel cuore dei giapponesi, il Monte Fuji (che in Giappone è noto come Fuji-san, dove ironicamente san è il suffisso per monte e non il comune titolo onorifico) è anche una grandiosa meridiana delle stagioni. Le sue periodiche mutazioni segnano il passaggio ciclico del tempo, come i movimenti di un metronomo battono il ritmo musicale. In primavera la sommità è ancora innevata e le pianure d’intorno fioriscono di ciliegi (e dei “ciliegi dei campi” giapponesi, ovvero Phlox subulata). In estate l’acqua discioltasi dalla vetta corre a valle, illuminando una miriade di tonialità di verdi e penetrando i campi di riso e i girasoli. In autunno, nella metamorfosi dei colori, il cielo si fa ceruleo e i fianchi del monte si tappezzano di gialli, rossi, porpora. L’inverno infine restituisce al monte la sua fredda gloria di neve: i boschi di cedri e larici si annichiliscono nel silenzio di quel dominio.
In parte attratti e in parte intimoriti dal minaccioso fascino del loro vulcano, i giapponesi hanno provato nei secoli a renderlo più accessibile e mansueto riproducendolo in scala ridotta nei templi e giardini domestici. Ma con il tema della miniaturizzazione si sconfinerebbe nel lessico utile del giardinaggio giapponese, quindi – per il momento – taccio.


5. Sho-chiku-bai   松竹梅

Se questo non ti suona giapponese, vuol dire che stai facendo l’orecchio alla lingua. Sho-chiku-bai è infatti pronuncia cinese di kanji giapponesi che andrebbero letti matsu (pino, Pinus thunbergii), take (bambù, Phyllostachys bambusoides) e ume (albicocco giapponese, Prunus mume).
I “tre amici dell’inverno” sono sì prodotto d’importazione cinese, ma si confanno perfettamente all’hobby nipponico di classificare tutto il classificabile per “migliori tre”. Il trio rappresenta la metafora vegetale di qualità da sempre ammirate dallo stoico e ubbidiente popolo giapponese: resistenza alle avversità (pino), flessibile pertinacia (bambù) e serena accettazione (pruno).
Sho-chiku-bai è da secoli uno dei motivi classici della decorazione, dalle fantasie dei kimono alle pitture a inchiostro, dalla ceramica alle marche di sakè. Oggi sho-chiku-bai è commercializzato soprattutto sotto forma di ramaglia ikebana, da porre fuori dalle abitazioni il primo dell’anno come buon auspicio.

 


6. Komorebi  
木漏れ日

Lo scrittore tedesco Eckhart Tolle una volta scrisse: “Le parole riducono la realtà a qualcosa che la mente umana può afferrare, il che non è gran cosa”.  Vi sono eccezioni che confermano questa tesi, come l’inglese petrichor (il peculiare odore della pioggia sul suolo a lungo asciutto), il portoghese cafuné (lo scorrere le dita fra i capelli della persona amata), o l’hawaiano pana poʻo (la meno romantica arte di grattarsi la testa nel tentativo di ricordare qualcosa).
Il giapponese komorebi rientra a buon diritto fra queste ragguardevoli eccezioni. L’espressione è più o meno letteralmente traducibile in “luce del sole che fitra attraverso gli alberi”. Il vero connaisseur japonais tuttavia, una volta fattoci notare che la parola è unica del suo idioma (e pertanto intraducibile), si servirà di una più dotta perifrasi, qualcosa come “sipario di luce che si dirama dalle foglie degli alberi al suolo”. Ci informerà che, tecnicamente, il fenomeno ottico va osservato all’altezza dell’occhio e sul suolo, e non in coincidenza delle chiome degli alberi. Aggiungerà che il momento ideale è una mattina umida e chiara, o dopo la pioggia, quando la luce si riverbera rorida attraverso l’atmosfera vaporosa. Evocherà quindi, con bello slancio pindarico, gli altri cultismi endemici del proprio vernacolo: konoshita-yami, l’ombra fitta sotto a certi alberi; shitamoe, i germogli emergenti turgidi dal terreno; wakakaede, le foglie nuove sugli aceri; sekiyō-boku, quegli alberi che hanno grazia speciale nella luce rossastra del tramonto, e via discorrendo.


7. Tsu-yu  
梅雨

Questa è la parola per la stagione delle pioggie, che in Giappone va dall’inizio di giugno alla metà di luglio. Alla lettera significa “pioggia di prugne”, fonti attestano per via della coincidenza con il periodo in cui maturano i pruni. La mia personale teoria tuttavia è che il frutto faccia in realtà riferimento alla dimensione delle gocce. Chiunque si sia imbattutto in una pioggia monsonica saprà a cosa mi riferisco. (La teoria è in parte comprovata dal nome della seconda, più contenuta, stagione delle piogge alla fine di novembre, nota come sazanka-tsuyu, ovvero “pioggia di fiori di Camellia sasanqua”; la quale, si converrà, è un’immagine decisamente più soave).
Tsu-yu non solo ridicolizza il banale italiano “pioggia a catinelle”, ma è empiricamente superiore anche all’inglese “raining cats and dogs”. Basterà qui dire che Tokyo registra tre volte le precipitazioni di Londra.
Quasi inevitabilmente quindi, la lingua giapponese ha creato una costellazione di parole per pioggia. (Siamo attorno alle 50, più o meno quante gli eschimesi hanno per descrivere la neve). Si sentirà dire mizore, pioggerellina; harusame, pioggia estiva; shigure, acquazzone di fine autunno; samidare, la lunga pioggia di inizio estate; yūdachi, rovescio tifonico estivo, generalmente di sera. (Interessante è kitsune no yomeiri, la rara pioggia a ciel sereno. L’espressione significa letteralmente “matrimonio delle volpi”, si guardi il film Sogni di Kurosawa per la più abbagliante delle figurazioni).
È un peccato tuttavia che questo ricco lessico sia in progressivo dissolvimento, un po’ per effetto del cambiamento climatico, un po’ per mano dei moderni telefonini che non lasciano scampo all’immaginazione delle giovani generazioni. Ispirazione potrà forse arrivare dai paesi meno “sviluppati”, come le isole Hawaii, dove sembra che siano ancora in uso corrente più di centinaio di parole per pioggia…


8. Ishi no kowan ni shitagahite   
石の乞はんに従ひて

Più che un icastico termine, ishi no kowan ni shitagahite è una criptica sentenza, ma così poeticamente astratta da entrare di diritto in questa lista di parole inutili. Significa alla lettera “ascoltare la richiesta della pietra” ed è uno dei precetti cardine del Sakuiteki, il più antico trattato di giardinaggio al mondo. (Siamo verso la fine del XI Secolo. A rigor d’anagrafe, Naturalis historia è antecedente, ma nel trattato di Plinio il Vecchio l’enfasi è data ad aspetti agronomici e botanici, più che di giardinaggio).
Nel Sakuiteki l’atto di collocare le pietre è appellativo del giardinaggio stesso. Nei celeberrimi giardini “secchi” zen, il monaco buddista addetto al disegno del giardino è noto come ishitate-so, “l’aggiustatore dei sassi”. Mille anni più tardi, mi accorgo che le cose in Giappone non sono cambiate granchè. Si vada all’indice di un qualsiasi manuale di giardinaggio o disegno di giardini giapponese: il primo capitolo è invariabilmente dedicato alle pietre; i seguenti descrivono ponti, lanterne, staccionate di bambù e altre esotiche attrezzature; le ultime dieci pagine faranno una menzione alle piante.
Non vi è dubbio che comprendere lo schema compositivo dei giardini giapponesi significa comprendere il posizionamento delle pietre piuttosto che del materiale vegetale. In ishi no kowan ni shitagahite la parola “richiesta” è la vera rivelatrice, dove le pietre sono legittimate come entità viventi, dotate di un’intrinseca volontà e orientamento. L’autoctona religione shintoista riconosce l’esistenza di divinità nelle roccie, secondo un senso ancestrale del mondo che l’Occidente ha dimenticato dai tempi del mito greco. L’altra religione giapponese, il buddismo, sostiene che i corpi animati e inanimati sono il prodotto della medesima forza, e che il finito possa raccontare l’infinito, così come nella richiesta della pietra sia racchiusa l’essenza di una montagna o dell’universo intero.
Da tali premesse sorge il magnetismo che lega i giapponesi e le rocce. Mirei Shigemori, influente guru del garden design giapponese, una volta disse: “Il legame fra le rocce e l’uomo è estrememamente antico e intuitivo. Io sospetto che gli antenati delle genti giapponesi e di tutte le popolazioni antiche furono attenti a cogliere la bellezza delle rocce ed elaborare sentimenti verso di loro”. Il che non è del tutto oppugnabile, ripensando a ritroso la storia dei materiali d’architettura, o – meglio ancora – ascoltando i tremiti a Stonehenge o Baalbek.


9. Fūbutsushi   
風物詩

Con questo termine si indica un oggetto capace di evocare la memoria o l’anticipazione di una particolare stagione. La parola è composta da i tre ideogrammi per stile, oggetto e poesia. In italiano si potrebbe pragmaticamente tradurre come “indicatore stagionale”, e con tale significato tale è usato nel giapponese parlato.
Mi imbattei nel mio primo fūbutsushi in modo del tutto accidentale. Nel corso di una passeggiata per i giardini botanici di Man’yo a Nara, una amica notò un insolito oggetto attorno al tronco di un pino. Si trattava di una larga cintura di paglia, una specie di corpetto allacciato all’altezza di un metro da terra. Vista la dimensione e posizione, non poteva trattarsi di un sistema di copertura invernale, nè di una protezione da un paletto tutore eventualmente rimosso. In quanto “addetto del settore”, mi fu domandato di cosa si trattasse. Nomen nescio, fu la candida ammissione della mia ignoranza.
Alla sera feci le mie ricerche. Scoprì trattarsi di un komomaki, ovvero una tradizionale forma di protezione contro il bruco del pino giapponese (Dendrolimus spectabilis, una specie di locale processionaria del pino). Le cinture di paglia sono posizionate in autunno e rimosse in primavera, servendo come tranello per attirare e poi disfarsi delle larve del parassita.
Il presupposto è tutto meno che scientifico e difatti il dispositivo non funziona. Tuttavia questi bendaggi continuano ancora a vedersi nei giardini più tradizionali, con l’intenzione puramente estetica di fūbutsushi invernali. Per i giapponesi la vista di questi pini incamiciati è un fatto nostalgico, che richiama al passato che gli ha prodotti. La bellezza dei komomaki matura al termine della loro effimera comparsa, quando il colore della paglia si accumula della nuvolosità e delle brine dei mesi invernali. Ma per questo si vada all’ultima parola di questa lista.


10. Wabi
sabi   侘寂

L’ultima parola di questa lista è un’autentica sfinge linguistica. Nessuno sa cosa significhi esattamente, ma tutti declamano che la formula nasconda – quasi magicamente – il senso più intimo del sentire giapponese.
Anzitutto, una premessa etimologica. Wabi-sabi è composto da due concetti strettamente connessi e in parte intercambiabili: wabi, un fascino raggiunto tramite un’esistenza semplice, fino alla povertà; e sabi, una bellezza appassita, raggiunta con la patina, la solitudine e, in parte, il decadimento. Nella loro unione, le due parole riferiscono a una visione estetica indissolubile dalla filosofia zen e associabile a concetti come impermanenza, assimetria, imperfezione e reticenza.
Molte traduzioni sono state tentate: “saggezza e bellezza dell’imperfezione” (Taro Gold, autore buddista); “bellezza delle cose imperfette, impermanenti e incomplete” (Leonard Koren, artista e poeta); “attivo apprezzamento estetico della povertà (Daisetz T. Suzuki, autorità del buddismo zen); “consapevolezza della natura transitoria nelle cose terrene e il corrispondente piacere nelle cose che portano il segno di tale impermanenza” (Andrew Juniper, che su wabi-sabi ha scritto un trattato). Se non altro ci troveremo tutti per una volta d’accordo sul fatto che tradurre e tradire siano concetti complementari.
Ma cos’è in fondo wabi-sabi? Una vacua reduplicazione linguistica? Un esotico portmanteau? Un indovinello kōan di stimolo alla meditazione zen? Il lacrimae rerum dei giapponesi? Nessuno lo sa. I giapponesi scrollano le spalle imperturbabili e affermano che wabi-sabi è inesplicabile. Estimatori dell’ambiguità e dell’indefinito, affermano che wabi-sabi possa essere percepito, ma non verbalizzato in termini fisici. Volerlo definire – ci avvertono – sarebbe come tentare di agguantare il riflesso della luna sull’acqua.
Forse è uno di quei misteri volatili della natura, che passano veloci senza preavviso, e il cui riconoscimento non può essere troppo allenato o diretto. Si manifesterà a noi in modo soggettivo e inaspettato. Magari nella bellezza di un unico fiore nell’ombra dell’alcova della sala del tè; o nel brulichio lillipuziano dei muschi e dei licheni che crescono sopra una roccia ancora turgida del vapore notturno; o nella fessurazione di una vecchia canna di bambù, la sua patina stanca e nuvolosa; o nella presa disperata delle radici di un’albero di canfora esposta su un suolo sgretolato dagli elementi…

Giulio Veronese