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Una qualità che notorialmente non manca negli Stati Uniti d’America è il patriottismo. Qualora si volesse intavolare una positiva conversazione con uno statunitense, gli si chieda di educarci sulla grandezza del suo paese, magari in confronto ad altre superpotenze mondiali. Si faccia finta di simpatizzare per una di queste, giusto per stimolare la loquacità della controparte. Diciamo – ad esempio – il Giappone.
Da principio, l’americano risarcirà alcune delle capacità nipponiche. Con un tono tra il condiscendente e il compassionevole egli parlerà di staconovista abnegazione, complimentosa ubbidenza, spartana dedizione alle avversità. Questo poco convincente galateo non durerà a lungo. Con repentino battito d’ali l’americano passerà ad elogiare la propria causa nazionale. Lo farà con il metodo a lui caro della pubblicità comparativa. Egli ci informerà con orgoglio che l’America fa molte cose better del Giappone. Le campagne politiche, il cinema d’animazione e le ragazze pon-pon, per fare qualche esempio.

Ora, ci sarebbe da discutere su tutti questi primati (così come sulla legittimità stessa di un paragone Japan-USA, che a nostro giudizio è come commisurare il sake col Jack Daniels). Noi, che siamo italiani e poco avvezzi ad estranei o estremi nazionalismi, proveremo ad alleggerire il tono della conversazione. Magari con l’italica scusa del bel tempo, inviteremo il nostro interlocutore ad accompagnarci in giardino. Qui, fra i petali delle margherite e il cinguettìo degli pettirossi, rivalità antiche e moderne saranno dimenticate, e le frontiere abbatute. In giardino si è tutti fratelli.
Ammesso ovviamente che il nostro interlocutore non abbia interessi botanici. Nel qual caso, esaltato dall’ambiente che gli è più connaturale, egli tornerà alle predilette comparazioni. Con timbro ormai pericolosamente egemonico, egli proclamerà un altro primato americano, impareggiato non solo nel pacifico arcipelago asiatico, ma in tutto il mondo intero.
Ci parlerà insomma dei cornioli da fiore.

E invero, gli americani sono fieri dei loro cornioli. Lo sono giustamente.
Il manto arbustivo che bordeggia il margine delle foreste o corre lungo gli argini dei fiumi è composto in modo significativo da specie native di Cornus. I paesaggi da sogno americano di Norman Rockwell sono costellati di fiori dei cornioli come le tele di Katsushika Hokusai di petali di ciliegi.
L’indiscusso campione (o top dog, come ama chiamarlo il nostro americano) è Cornus florida, originario del centro-est. Con florida, notiamo tutti quei segnali che in orticultura demarcano per una pianta l’allarmante passaggio dalla coltivazione al culto[1]. Festivals, congressi, garden clubs e vivai si organizzano annualmente per la celebrazione delle fioriture in marzo e aprile. Circa un centinaio di cultivars sono stati selezionati e commercializzati nel tempo, con un giro di economico che, fra gli alberi d’uso domestico, è secondo solo a quello degli alberi di natale[2] [USDA, 2009]. Non c’è quindi da stupirsi se l’entusiasmo forsennato dei fioristi stia minacciando la sopravvivenza delle comunità native; crociate ambientaliste di istituzioni come Wild Flower Preservation Society sono già partite solerti.
Segue nella venerazione nazionale Cornus nuttalli, il cugino della costa pacifica. Orticulturalmente, nuttallii offre meno vantaggi di florida ed è stato usato come arricchitore genetico. Soprattutto dagli anni 60, le due specie sono state ibridizzate in modo quasi pornografico. Questo impegno ha dato frutti prelibati: ricordo un esemplare di ‘Eddie’s White Wonder’ in fiore ai giardini botanici di Cambridge che valeva da solo il prezzo del biglietto.
Più recentemente Il DNA di un terzo attore è stato utilizzato nell’assemblage. Ma questo ha passaporto asiatico e di lui diremo solo più avanti, quando l’americano ci lascerà la parola.

Ora, per noi che amiamo il vero, gli Stati Uniti d’America producono una quantità e qualità di cornioli che semplicemente non trova riscontro nei vivai e giardini dell’Impero Nipponico.
Tuttavia, questo articolo è intitolato Cornioli da fiore in Giappone, quindi sarò arbitrario; e nell’esserlo, metterò un punto a questo monologo di propaga orticulturale statunitense e aprirò una vasta e nebulosa parentesi botanica. Con l’intenzione dichiarata di depistarmi dagli argomenti pur validissimi del collega ameriano e – soprattutto – introdurre alcune considerazioni che arbitrariamente mi preme introdurre.
A seconda se siamo classificatori d’indole raggruppatoria o smembratrice, il genere Cornus conta tra le 40 e le 80 specie. Noi tagliamo la testa al toro e prendiamo per buono il censimento dei botanici di Kew, che accetta 67 taxa. Di questi, 34 sono asiatici, 23 americani, 7 europei, 2 cosmopoliti boreali e 1 africano [plantlist.org, 2016]. Quindi, evidentemente, il genere trova maggiore distribuzione in Asia, con epicentro in quell’incredibile regione floristica che è centro-est cinese.
Non solo. Se ai 23 americani sottraiamo 4 specie native dell’america tropicale, 4 ibridi nordamericani di formazione-coltivazione non accertata e l’erbaceo x unalaschkensis (che ha residenza principale nella West Coast, ma si vede anche in Siberia), il numero delle specie genuinamente nordamericane si restringe a 14. Se poi al contingente asiatico sommiamo anche le due specie caucasiche con interessamenti ad oriente (iberica e meyeri), e a questo appuntiamo che – milizie nord-coreane e satrapie cinesi permettendo – rifugi asiatici ancora botanicamente inesplorati potrebbero portare a nuove scoperte, allora l’ago della bussola segnerà decisamente Oriente.
Anche ammettendo le arbitrarie inclinazioni personali (e la loro occasionale facezia, visto che contestare lo status dei Cornus americani sarebbe come negare alle sequoie la loro altezza), non vi è quindi troppo azzardo nell’affermare che il centro-est asiatico è culla di circa il doppio dei cornioli di tutto il Nord America.

Ora che un poco di nomenclatura comparativa è stata fatta (e la propaganda americana per un attimo moderata), è tempo di spostarci sull’arcipelago nipponico.
Nel Paese del Sol Levante il genere Cornus è nativamente meno diffuso che nell’Asia continentale. Le diverse specie sono generalmente presenti su tutto l’arcipelago, con distribuzione solo episodica nell’isola settentrionale di Hokkaido. Qui, dove il clima è ormai boreale, l’unico rappresentante è l’erbaceo Cornus canadensis, interessante specie rizomatosa che fiorisce e fruttifica in modo eccentrico. C. canadensis cresce nell’ombra umida delle foreste, in compagnia di altre specie acidofile da sottobosco come le azalee indiane e di Metternich, Elliottia paniculata, Clethra canescens, e le magnifiche specie di Vaccinum, di cui il Giappone è miniera generosa.
Salendo a nord, in quella fascia delle Isole Curili contesa fra Russia e Giappone, si può trovare un secondo corniolo erbaceo, Cornus suecica [Sargent, 1894] molto simile al canadensis e che con questo si ibridizza.

Per contra – qui il nostro americano converrà con noi – i cornioli hanno anima arborea e pertanto in questa sede ci interesseremo ai cornioli arborei[3].
Come vedremo, tra i cornioli d’indole lignea l’orticultura giapponese conosce diversi cornioli da fiore, ma ignora quasi totalmente quelli da ramo. Peccato perchè i vari alba, sericea, sanguinea e le loro selezioni sono vera dinamite da giardino. Tuttavia quella loro tempra ardimentosa che bene si dispone a certo landscaping moderno, è forse elemento poco adatto al componimento del giardino giapponese, che rimane alleato a caratteri più equilibrati (e, forse, più conosciuti).

Fra i cornioli arborei, Cornus officinalis è il primo a fiorire in Giappone. Lo si vede a marzo con Chimonanthes praecox e Hamamelis mollis rianimare i giardini giapponesi dopo il lungo inverno. Come quelli è generalmente allevato plurifusto. I fiori appaiono prima delle foglie, in ampie ombrelle gialle sulfuree. Queste sono seguite in autunno da drupe rosse.
Cornus officinalis è vicinissimo per morfologia e fenologia al corniolo maschio europeo, Cornus mas[4], in rapporto al quale ha però una struttura più aperta, una corteccia più interessante e fioritura leggeremente più precoce (buon sangue asiatico non mente).
Tuttavia, i veri meriti di officinalis non sono da vedersi tanto nel pregio ornamentale, ma nell’adattabiltà del carattere. Oltre a essere forse il più tenace fra tutti i cornioli arborei che vedremo, possiede anche la qualità rara fra i suoi consanguinei di sapersi adattare a terreni argillosi e basici.

Il secondo corniolo a fiorire è quel celebre Cornus florida, vera superstar dei bratteati; è americano di natali, ma cosmopolita di adozione. Tra aprile e maggio le sue spettacolari infiorescenze decorano i giardini privati, i parchi urbani, le isole del traffico, le carreggiate autostradali, le composizioni ikebana e i vasi di bonsai attraverso tutta la latitudine dell’arcipelago nipponico.
I cultivars più coltivati e venduti sono ‘Cherokee Chief’, ‘Rainbow’, ‘Welchii’ (a.k.a. ‘Tricolor’), ‘Apple Blossom’, ‘Cloud9’ (ottenuti negli Stati Uniti), ‘Red Giant’ e ‘Junior Miss’ (ottenuti in Giappone). Nei cataloghi non manca naturalmente rubra, la celebre e apprezzatissima forma rosata.
Cornus florida è una di quelle piante capaci di 360 gradi e 12 mesi di bellezza. È altresì uno dei campioni della sua classe e porta diversi tratti distintivi del genere al massimo grado di ornamento.
Come in quasi tutti i Cornus, il portamento tende a essere conico ed espanso, con una inclinazione ad impalcarsi in strati orizzontali. In Cornus florida i rami superiori sono volti diagonalmente verso l’alto, mentre quelli intermedi e inferiori si adagiano progressivamente in strati piani e in fine inclinati. Col tempo, questo può portare alla costituzione di una posa gloriosa, che radialmente si dispone nel paesaggio, come i raggi del sole nel cielo all’imbrunire.
Come in quasi tutti i Cornus, l’abito è deciduo. L’inverno rivela la bilanciata architettura delle piante, e mette in risalto le corteccie, spesso interessanti. La corteccia di un esemplare adulto di florida si distingue per la grigia mosaicatura, dura e fessurata, che ricorda la pelle di crocodillo. Il nostro esperto americano ci invita qui a notare la somiglianza con la corteccia di Diospyros viriginiana, nativo delle stesse contee.
Come in quasi tutti i Cornus, le foglie sono semplici e disposte in ordine opposto; sono ovate, solcate da profonde venature arcuate che ricordano un candelabro a cinque braccia[5]. Nel corso della stagione, il fogliame si increspa progressivamente nella forma e nel tono, screziandosi in autunno di temperature diverse, a seconda del clima e dell’esposizione al sole.
Come in quasi tutti i Cornus, i fiori vengono offerti proni sui nuovi rami. La struttura è sicura e distinta, non ha bisogno di grande educazione. Per massimizzare le fioriture, il giardiniere si limiterà ad interventi radi e strategici, potando solo quegli strati di rami indesiderati ed evitando cimature sommarie.
La vera gloria di Cornus florida sta nelle brattee che si formano in autunno e avvolgono il fiore lungo l’inverno. All’aprirsi di queste in maggio, uno capisce perchè quando un paesaggista trova le condizioni adatte per piantare quest’albero, generalmente lo fa. Una croce di quattro brattee cuoriformi si distende in piana devozione del cielo. Le inflorescenze sono bianche in natura, ma oggi esistono viraggi color crema, rosa, fino quasi al rosso. Inoltre, per la gioia dicotomica dei botanici, i margini esterni presentano le caratteristiche “fossette”[6].

Un paio di settimane dopo florida, arrivano in rapida sequenza tutti i cornioli asiatici. Si vedranno i cornioli giganti Cornus controversa e C. macrophylla (syn. C. brachypoda) con le loro altezze di anche 20 metri, impareggiate nel genere.
Purtroppo queste due specie, pur notevoli, non sviluppano brattee petaloidi e mancano perciò dell’appeal dei veri top-sellers (pare che anche in Giappone, come negli Stati Uniti, valga per i cornioli l’adagio no bracts, no party).  Per poterli osservare, occorrerà una felice disposizione verso il trecking d’altura; ma con un po’ di fortuna l’ardire botanico verrà risarcito col la vista drammatica di queste piante dai destini eremitici, tutte abbarbicate ai pendii e agli elementi naturali.
Morfologicamente, le due specie sono alleate. La differenza più distintiva è rappresentata dalla disposizione fogliare, opposta in macrophylla e alternata in controversa. Inoltre controversa fiorisce qualche settimana prima. La crescita è insolitamente veloce per il genere. Forse, almeno per controversa, la ragione sta nel grande quantitativo di linfe portato nel legno, soprattutto durante la crescita primaverile. Il nome giapponese mizu-ki, albero dell’acqua, allude traslato a quest’anima segreta della pianta[7].

Ora, scrivere di Cornus controversa senza citare la celebre selezione variegata sarebbe come speculare su Rosa chinensis dimenticandosi delle rose inglesi. Vale a dire, con Cornus controversa ‘Variegata’ assistiamo a uno di quei casi dove la specie naturale si perfeziona con aiuto artificiale (con buona pace dei puristi, i giardini moderni sono pieni di questi esperimenti da laboratorio).
In Cornus controversa ‘Variegata’, la struttura è senza dubbio la caratteristica più rilevante. I rami si impalcano orizzontalmente e gettano biforcazioni di 90 gradi, progressivamente formando distinti strati tabulari di fiori e foglie. Il contrasto delle foglie è poi spettacolare: la pagina superiore è verde scura, quella inferiore pallida, quasi bianca. Così che, muovendosi attorno a un esemplare adulto, è quasi impossibile non essere sedotti dal ritmo vivace di quelle glassature, che gli hanno meritato l’appellativo di weeding cake tree[8].
A discapito di queste qualità, Cornus controversa ‘Variegata’ non si vede spesso in Giappone. Probabilmente perchè di crescita lentuccia, quindi non troppo popolare tra i vivaisti. Lo si vede spesso in Inghilterra, dove viene tipicamente coltivato come lawn specimen tree, magari col fondamento di una understory erbacea di bulbi e perenni. Visto il vigore, è usato più raramente nella composizione di bordi fioriti. Tuttavia, qualora il playground lo consenta, è lecito fare un tentativo. La mia memoria va ad un esemplare di circa trent’anni ai Giardini Botanici del Galles, che dominava un vasto bordo misto sullo scenario di un muro di mattoni di oltre tre metri. Assolutamente sensazionale.
Qualora non si disponga di magniloquenti bordi edwardiani e annessi walled gardens, ma si volesse un effetto simile per la nostra aiuola di tulipani, si pianti Cornus alternifolia ‘Argentea’. Questa è la versione miniaturizzata del weeding cake tree, e rappresenta una scelta ideale per un bordo di piccole-medie dimensioni. Anche le foglie sono più contenute e, insieme alla screziatura, danno una sensazione di eterea leggerezza. Cornus alternifolia ‘Argentea’ è una pianta dal carattere gentile ma carismatico, e può dare delle soddisfazioni.

Lasciamo ora le belle e strutturate altezze dei cornioli arborei e delle loro derivazioni. Facendo ritorno alle pianure abitate e ai loro giardini, notiamo un insolito corniolo bratteato. Lo analizziamo nelle sue parti, e ci accorgiamo essere un tipo insolito e inedito. Persino il nostro esperto americano non ha successo nell’identificazione.
E difatti, Cornus hongkongensis è un’autentica specialità dell’orticultura est-asiatica. È una pianta utile e versatile, popolarissima in Giappone e che meriterebbe maggior considerazioni anche dalle nostre parti.
Vi sono tutti gli indizi di una fortunata carriera internazionale in orticultura ornamentale. Da un punto di vista utilitaristico: Cornus hongkongensis può crescere in argilla, è fortemente tenace (fonti riportano maggior resistenza dell’hilamayano C. capitata ssp. angustata), e sopporta certamente meglio di C. florida gli attacchi di parassiti e malattie.
Da un punto di vista ornamentale basterà dire che Cornus hongkongensis è sempreverde. «…Evergreen???». Ebbene sì, cari giardinieri americani, l’Asia ci regala anche cornioli sempreverdi[9].
Le foglie sono più lucide e coriacee di florida e i margini virano in bronzo nell’incedere della stagione. A mio parere, il difetto sta nelle venature che perdono di rilievo. Le brattee sono elegantemente appuntite, di un bianco crema che si arrosa, se a lungo lusingato dal sole. Forse la qualità più elogiabile è l’abbondanza e persistenza delle inflorescenze, che possono perdurare fino a fine luglio.
Malgrado l’epiteto suggerisca una cittadinanza piuttosto confinata, hongkongensis ha in realtà una distribuzione piuttosto ampia e ad oggi se ne distinguono 4 sottospecie. Il comportamento individuale di queste variazioni deve essere testato su suoli e latitudini diverse.
La selezione più popolare è sicuramente ‘Gekkou’, che in giapponese significa chiaro di luna. ‘Gekkou’ sta recentemente facendo il suo ingresso anche in qualche vivaio europeo. Leggo che un esemplare novetole è coltivato ai Sir Harold Hillier Gardens, in Hampshire.

Ora, se nella cerchia dei bratteati asiatici hongkongensis rappresenta il più promettente talento, Cornus kousa è l’indiscusso e luminoso maestro. Grado per altro ufficializzato dallo stesso nome giapponese della pianta, yamahoshi (山法師), letteralmente “monaco buddista della montagna”.
Anche se c’è disaccordo se considerarlo nativo giapponese[10], interpretazioni discordanti non scoraggerranno il nostro entusiasmo: Cornus kousa è protagonista  del giardino giapponese come Cornus florida di quello americano.
Le fioriture delle due specie sono morfologicamente simili, ma in kousa le bratte hanno estremità più lunghe e appuntite, senza le caratteristiche fossette di florida. Le analogie proseguono nei frutti orbicolari. Ma mentre in kousa questi sono uniti in un sincarpo tipo-fragola, in florida sono raccolti in fitti ma individualmente distinti assemblaggi. Questa diversa disposizione aveva in passato portato a considerare kousa un genere a sè stante (Benthamia).
Nei vivai giapponesi Cornus kousa è coltivato perlopiù plurifusto (kabu-dachi). Per come potare, si veda il manuale d’istruzioni di florida.

Cornus kousa è quel terzo attore al quale abbiamo accennato parlando delle recenti selezioni dei cornioli bratteati. Il lavoro di ibridizzazione con florida sta regalando al mondo dell’orticultura un nuovo gruppo di ultra-performanti interpreti, noti fra gli addetti ai lavori sotto al nome Cornus x rutgersensis.
I geni asiatici hanno portato nuove linfe nell’assemblage dei moderni bratteati. Tanto per cominciare kousa possiede migliori anticorpi sia contro gli attacchi di parassiti che le malattie fungine. Il suo legno è poco gradito al famigerato trivellatore o piralide del corniolo (Synanthedon scitula). Sono inoltre accertate maggiore resistenze che in florida non solo al mal bianco, ma anche alla principale malattia funghina del genere, quella piaga nota fra i giardinieri come antracnosi del corniolo  e fra i biologi Discula destructiva. Omen nomen. Pare inoltre che i cornioli asiatici, al contrario degli americani, non conoscano il cancro di corona (Phytophthora cactorum) [Levy-Yamamori & Taafee, 2004].
Cornus kousa ha la qualità di essere più tollerante di florida alle nebbie acide e inquinamento dell’aria, il che lo rende più versatile per utilizzo urbano. Da un punto di vista ornamentale, i boccioli di Cornus kousa sono più tenaci al gelo rispetto a florida. Soprattutto, le fioriture sono decisamente più longeve, spingendosi anche all’autunno ove il clima e gli elementi lo permettano. Last but not least, fonti aneddotiche dalle Isole Britanniche riportano una migliore attitudine di kousa ai climi d’Albione (leggi alla voce autunni precoci e geli tardivi). Da qui la recente propensione dei genetisti britannici a preferire kousa rispetto a florida, con risultati come ‘Wisley Queen’ e ‘Norman Hadden’.

A questo punto il nostro ormai scocciatissimo interlocutore americano ci dovrà perdonare. Noi dobbiamo ora rendere manifesta la personale opinione che kousa sia, se non better di florida, almeno pari a quello. E pazienza se disotterreremo la vanga di guerra.
Qui non si discute che le due specie siano the very best fra i rappresentanti del loro gruppo. Ma è il carattere delle singole parti, e il dettaglio ultimo che ci fa propendere per kousa.
Avviciniamoci alle piante. La corteccia di florida è piuttosto carismatica, con una bella tempra selvatica; ma in kousa si assiste a una defogliazione davvero squisita, con la formazione di campiture grigie, rame e olivastre.
Le foglie di kousa sono di dimensione leggermente più contenuta, il che dona una certa eterea leggerezza alle piante. Soprattutto, in kousa, a differenza che florida, le brattee arrivano dopo le foglie. Questo crea un contrasto e una stagionalità che il dogwood americano semplicemente non conosce. L’elongarsi sottile delle brattee di kousa poi, quasi si specchia nella forma le foglie, con un chiaroscuro tridimensionale di angoli e incastri che pare quasi una incisione esheriana.

Il nostro collega americano ora alzerà la voce. Quando è troppo è troppo. «Ma le selezioni pluribratteate di florida? E le nervature longitudinali nelle brattee del suo cugino nuttali?» E ancora: «E le brattee involute di Cornus florida ssp. urbiniana, il corniolo magico dal Messico, con quella bellezza quasi immaginifica?». Al che noi prontamente: «E le selezioni rosa di kousa? Alcune poi raccolte alle pendici del Monte Fuji? Per non scomodare Cornus kousa var. chinensis, la forma superiore della specie, che ha convinto Ernest Wilson prima, eppoi sedotto generazioni di giardinieri di tutto il mondo?[11]».
Questa schermaglia potrebbe andare avanti all’infinito, a colpi alternati di brattee, rami, panicoli e drupe.
E allora, stanchi di dibattere, noi seppelliremo una volta per tutte la vanga di guerra. Lascieremo il campo alla voce bella e imparziale di Anne Morrow Lindberg. Che fu americana sì, ma poetessa e areonauta. E forse proprio perchè amante dei cieli, riuscì ad afferrare la bellezza aerea delle brattee dei dogwoods, e di quel loro bianco istinto che si rivolge al cielo con miracoloso slancio.


Anne Morrow Lindberg
DOGWOOD

Il corniolo mi ferisce come passo
sotto al suo carico
questa primavera
queste bianche stelle cadenti
giù nel cammino del bosco,
questi bianchi fiori coi volti
rivolti al sole.

Compassionevole è la grazia di questi rami
in un mondo privo di compassione.
Il nitore di questi fiori è troppo puro
per essere spiegato
in un mondo solcato dai piedi degli uomini;
e sono aperti – troppo aperti,
nella piana protesa accettazione
del cielo.

Sennonchè
mentono.
Dicono –
(e io non ci credo!)
loro dicono –
(oh, è un raggiro, un raggiro!)
loro dicono
(e io mi copro le orecchio al grido):

“Guarda, eccola qui, è qui
la risposta,
se tu solo guardassi,
se tu solo ascoltassi,
se tu solo aprissi il tuo cuore.”
Loro dicono –
“Guarda, è qui!”

[TdA]

NOTE

[1] Nella fortunata coincidenza che il nostro interlocutore sia un’autorità dell’orticultura americana, non mancheranno autorevoli incensature. Dal tono doverosamente imparziale di Michael Dirr, uno dei massimi esperti di piante legnose americane: «Molti giardinieri considerano questa specie l’aristocratico dei piccoli alberi da fiore, e questa affermazione non è ingiustificata (…) I bellissimi fiori bianchi, 3-4 pollici in diametro, che arrivano prima delle foglie in Aprile e Maggio, sono l’invidia di ogni pianta ornamentale» [Dirr, 2011]; all’esaltazione ormai lirica di Paul Cappiello, che sui cornioli ha scritto una monografia: «un unico esemplare fiorito basta a spezzare la miserabile presa dell’Ade e lasciare Persefone di nuovo salir nel mondo, mutando il cupo e arido inverno nella primavera. Insieme ai giardinieri di tutto il globo, noi ci rallegriamo con Demetra alla vista del ritorno della sua prediletta figlia dagli inferni. E chi non potrebbe dire che lo splendido corniolo non sia la causa di questo evento?» [Capiello, 2005].

[2] Leggo in internet che florida è venduto dai vivai come “B&B tree”. La qual cosa mi sembra fondamentalmente adeguata. Con un certo divertimento, ho poi scoperto che B&B sta per balled and burlapped, cioè imballato in teli di iuta e spedito al mittente. Il qual fatto tuttavia nulla toglie alla conformità di florida all’interno del giardino domestico americano, così come all’uso assolutamente legittimo non solo come albero da bed & breakfast, ma anche da barbeque, beer & burgers, altalene o amache, nel caso se ne abbiano due esemplari.

[3] Nel nome comune inglese (o americano?) dei cornioli – dogwoods – vi è già l’indizio della natura compatta, pesante e dura dei suoi membri. Si legge, ma forse è mitologia virtuale, che il nome sia da associare alla fabbricazione di dogs o doggerwod, termine arcaico degli spiedini per la carne [dogwoodgardenclub.org]; utilizzo che, in termini un poco più militareschi, fu invece sicuramente in voga a Roma: Conjecto sternit jaculo. Volat itala cornus aera per tenerum, stomachoque infixa sub alto pectus abit. [Virg. Aeneid., IX, ver 698].

[4] Cornus mas è tassonomicamente importante nel mondo dei Cornus perchè species typica. Traduzione: tutta la descrizione morfologica del genere è fondata sui suoi attributi. Questo fa un po’ sorridere se si pensa alle rappresentanze asiatiche e americane, ma tant’è, Linneo dovette accontentarsi del materiale locale.
Nell’era delle grandi spedizioni botaniche una quantità di nuove specie furono introdotte, progressivamente ampliando e chiarendo i confini morfologici del genere. Fra i più entusiasti importatori – inutile dirlo – vi furono i britannici, i quali tuttavia non sono mai riusciti a coltivarli a tutto campo. Molte specie di Cornus vogliono stagionalità accentuate: per lignificare e fiorire con successo necessitano di inverni fermi ed estati accese, mal sopportando il clima tiepidamente temperato delle isole britanniche. Ecco perchè in Inghilterra la maggior parte dei flowering dogwoods, i cornioli da fiore, non tocca la vetusta stazza degli esemplari americani. Tant’è che anche quel caparbio coltivatore che fu Christopher Llyoid una volta fu sentito dire: ‘cornioli? Preferisco visitarli’.
I britannici si sono tuttavia rifatti con gli stem dogwoods, i cornioli da ramo, che amano coltivare nei loro winter e woodland gardens, spesso in combinazione con bulbi  come bucaneve ed Eranthis hyemalis, e sullo sfondo di conifere e siepi sempreverdi.

[5] Le venature delle foglie di tutte le specie di Cornus contengono una sostanza lattiginosa. Se la foglia è divisa trasversalmente, il lattice forma fili quasi invisibili che tengono una sezione sospesa nell’aria.  Questo è uno di quei trucchetti che può trasformare il giardiniere in un mago agli occhi dei bambini delle scuole elementari. La popolarità salirà ai livelli di un Houdini qualora il nostro avesse per le mani una foglia di Eucommia ulmoides, l’albero cinese della gomma.

[6] Fin qui abbiamo distinto fra cornioli erbacei e arborei; e fra gli arborei, da ramo e da fiore. L’osservazione comparata delle inflorescenze di officinalis e florida rende tuttavia evidente una diversa disposizione: mentre officinalis ha cime umbelliformi e brattee modificate ma non petaloidi, florida ha cime panicoliforme e brattee petaloidi. Traduzione: entrambe le specie presentano masse più o meno sferiche e compatte di piccoli e irrilevanti fiori, ma solo in florida vi è la cornice ornata dei petali (brattee).
Questa importante distinzione, che il ben educato linguaggio orticulturale inglese ha riconosciuto da tempo (e la filogenesi molecolare ha più recentemente convalidato) andrebbe inserita anche nel nostro italiano tecnico. Troppo vago continuare a parlare di cornioli en masse.
Con grado crescente di specificazione, i due tipi qui specificati con officinalis e florida potrebbero essere rispettivamente raggruppati in: cornioli gialli e bianchi; non-bratteati e bratteati; cimosi e panicolati. Oppure, con licenza un poco più astratta, si potrebbe distinguere in cornioli maschi e femmine. Licenza forse legittima, vista la grazia del gruppo bratteato e il carattere spesso più arborescente dei non-bratteati (che includono, oltre al corniolo maschio in senso stretto Cornus mas, anche i giganti della classe, controversa e macrophylla, prossimi a essere descritti). Personalmente, nei miei appunti di terreno giardinaggio, mi affiderò alla denominazione bratteati e non-bratteati.

[7] Il legno di Cornus controversa è noto da secoli in Giappone per la grana solida e densa. Per questo motivo è stato tradizionalmente impiegato per mazze, tavoli da macello, sandali (geta), timbri personali (inkan) e qualsiasi cosa richiedesse resistenza agli urti. Più recentemente anche per fabbricazione di mazze da golf, sport che, come ben sa chi ha seduto vicino al finistrino atterrando in un areoporto giapponese, è una delle malattie moderne del Paese.

[8] Nel Manuale Razionale di Costruzione del Giardino®, Cornus controversa ‘Variegata’ siede da sempre sul podio degli “architectural trees” ed è definitivo paradigma del cosiddetto weeding-cake-style. Il suo è un lessico raffinato, senza eccletismi di sorta. Così che a noi, più che ai celebrativi pasticci della Mole a Torino o della Macchina da Scrivere a Roma, piace ripensare a certa tettonica di Luigi Moretti, o ai chiaroscuri del Guggenheim di Frank Llyod Wright.

[9] Cornus hongkongensis è sempreverde sì, ma con dei limiti. Occorre saper dosare bene diversi fattori. Più si scende in latitudine, più la pianta manterrà le foglie; ma soffrirà al contempo l’esposizione solare e le correnti disseccanti in inverno. Quindi una certa protezione dagli elementi e qualche ora d’ombra non faranno male. È altresì fondamentale un terreno che mantenga l’umidità e dreni diligentemente.
Leggo inoltre sui forums in internet che la maggior parte dei marginally hardy evergreens (che bella definizione) necessita di buon drenaggio per prevenire il marciume del colletto (che terribile immagine). Qualora i requisiti ornamentali lo consentano, una soluzione può trovarsi in quel metodo che i miei colleghi inglesi chiamano mound planting, impianto a montagnola, e che oggi vedo spesso usato nei giardini giapponesi (…che devono fare i conti con la stagione delle piogge).

[10] Novantanove su cento è detto nativo del Giappone, Korea, Taiwan e China, dove cresce in boschi, argini dei fiumi e vallate tra i 400 e i 2200 metri sopra il livello del mare [Hillier, 2007]. La voce fuori dal coro è dell’affidabile duo israelo-inglese Levy-Taffee, che considerano kousa, insieme a macrophylla, una delle due specie native delle isole giapponesi [Levy-Yamamori & Taffee, 2004].

[11] Su Cornus kousa var. chinensis ci dovrebbe da aprire una lunga parentesi. Questa è una super-pianta: prendete semi di kousa, innafiateli con la pozione magica di Getafix e otterrete cuccioli di chinensis. La forma cinese di kousa offre garanzia di maggior vigore e più abbondante e grande fioritura. Le foglie sono più lucide e hanno margini lisci, senza increspature. Alcuni fra i migliori cultivars di kousa derivano da var. chinensis (vedi ‘China Girl’ e ‘Milky Way’). Cosa chiedere di più?
Così disse Wilson nel 1907 quando la scoprì: the Chinese form will probably prove a better plant under cultivation than the Japanese form with which gardeners are familiar. Non si sbagliava.

FONTI

Dirr, M.A. (2011). Dirr’s Encyclopedia of Trees and Shrubs. Timberpress.
Capiello, P. (2005). Dogwoods. Timberpress.
Hillier, J. (2007). Hillier’s Manual of Trees & Shrubs.
Levy-Yamamori, R. et al. (2004). Gardens Plants of Japan. Timberpress.
Lindberg, A.M. (1956). The Unicorn and Other Poems, 1935-1955.
Sargent, C.S. (1894). Forest Flora of Japan.
Virgilio. Eneide. IX, ver 698.

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Giulio Veronese