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Nel corso del lungo esilio forzato a Leida, Siebold legittima se stesso come il maggior conoscitore occidentale dell’Impero del Sol Levante. Fra coloro interessati ai suoi resoconti vi è Matthew Calbraith Perry, un commodoro americano che sta organizzando una missione navale in Giappone. Gli intenti di Perry nell’arcipelago sono – è bene precisarlo subito – tutt’altro che naturalistici.
Quando l’8 luglio del 1853 Perry entra nel porto di Edo, trova un paese ancora feudale, lontano secoli dalla rivoluzione industriale che si sta svolgendo in Occidente. La vista delle quattro navi nere americane (così descritte dai giapponesi per il fumo prodotto dai motori a carbone) deve essere stata paragonabile a quella di un avvistamento ufo. Perry saluta i giapponesi con una sequenza di spari a salve, giusto per far intendere l’antifona. Lo shōgun Tokugawa Ieyoshi non reggerà il colpo e volerà in cielo due settimane più tardi.

Il commodoro americano scende dalle navi armato di un seguito di funzionari, interpreti e doni esotici e futuristici (incluso un telegrafo). Accetta di parlare solo con dignitari altolocati, paventando azioni militari se non ascoltato. Dopo aver dettato le condizioni commerciali, leva di nuovo le ancore, ripromettendo il ritorno in un anno. Sei mesi dopo rientra a Edo con più del doppio delle navi. I giapponesi non possono che rassegnarsi e firmano la Convenzione di Kanagawa che decreta la fine di oltre due secoli di politica isolazionistica.
Le navi di Perry spartiscono le acque della storia politica giapponese. Le frontiere del paese si aprono e regioni un tempo proibite diventano accessibili. In rapida sequenza entrano nel paese contingenti americani, russi, francesi, olandesi e britannici. Fra le fila di questo esotico stuolo di capitani, diplomatici e mercanti, vi è anche un drappello di naturalisti. Saranno quest’ultimi ad aprire ufficialmente l’era delle esplorazioni naturalistiche del Giappone.

CAP 3 – Le invasioni botaniche

A conti fatti Perry è interprete rivoluzionario del Giappone moderno. Il suo sbarco nell’arcipelago asiatico segna la rottura tra medioevo ed età moderna nella storia del paese, richiamando alla memoria l’impresa di Cristoforo Colombo in America. Come il navigatore genovese tuttavia, Perry non sembra avere le inclinazioni proprie di colui che viene talvolta definito hom de plume. La morte in una mistura di reumatismi, gotta e cirrosi epatica è un indizio della condotta tenuta in vita[1]. Le fonti lo riportano vicino al collezionismo numismatico piuttosto che botanico. Non ci stupirà quindi sapere che il nostro commodoro non veda particolarmente di buon occhio la presenza di civili, e in particolare intellettuali, sulle sue barche.
Ne è testimone il giovane agronomo James Morrow (1820-1865), arruolato per 25 dollari al mese al grado più basso dell’ordinamento gerarchico di bordo[2]. Morrow è uomo del Dipartimento dell’Agricolura degli Stati Uniti e quindi non a diretto servizio di Perry, il quale deve considerarlo alla stregua di un inutile inciampo negli già stretti spazi a bordo. Dal canto suo Morrow ha l’incarico di sondare lo stato dell’agricoltura giapponese ed entrare in possesso di materiale vegetale tramite lo scambio di strumenti agricoli e piante americane.
La missione di Morrow non è delle più semplici. Egli si trova fondamentalmente nella stessa barca in cui navigano molti dei suoi colleghi naturalisti contemporanei. Una barca inquinata dal clima stantio, acqua salina e generale indifferenza (qualora non ostilità) dell’equipaggio navale. Larga parte delle piante del carico americano non supera il viaggio, ma un numero di quercie, aceri e pioppi americani (Kentucky coffee-tree, Gymnocladus americanus) arriva sano e salvo in Giappone. I contadini accetterranno con gratitudine tutte piante e i semi superstiti. Morrow ipotizza che tal sollecitudine si deva all’importanza dell’agricoltura fra le genti giapponesi, cosicché anche i soliti divieti governativi sono messi in secondo piano[3].

Durante i tre mesi in Giappone, Morrow trova la collaborazione dell’interprete della missione, il reverendo Samuel Wells Williams (1812-1884), un americano con incarichi editoriali in Cina e interessi naturali. Williams è – per sua stessa ammissione – un esperto di lingua cinese più che giapponese. Tuttavia sono tempi di avanscoperta e la marina americana deve fare con quello che ha a disposizione. Pur nel non semplice inquadramento del suo ruolo, sembra che Williams, contrariamente a Morrow, attiri le simpatie di Perry[4].
Morrow e Williams si impegnano a raccogliere piante nelle immediate vicinanze di Kanagawa, Shimoda e Hakodate. Come accade talvolta fra gli uomini, la comunanza dei travagli e peregrinazioni favorisce l’amicizia. Questo pare essere il caso dei due americani. Williams scrive nei suoi diari: “Se vi fu qualcosa che rese piacevole la mia spedizione in Giappone, quella fu il camminare in cerca di fiori nella piacevole compagnia del Dr. Morrow, tanté che entrambi fummo soddisfatti, tanto di noi stessi quanto dell’oggetto della nostra ricerca”. I due spendono le loro giornate a botanizzare la terraferma e le notti a bordo della nave, invasando, pressando e catalogando le piante per gli Stati Uniti. Spediscono in patria più di 1500 esemplari.

Fra i recapiti di queste spedizioni è l’Università di Harvard. Il destinatario è Asa Gray, professore di storia naturale e sovrintendente dei giardini botanici. Il nome di Gray viene associato a quelli di Charles Robert Darwin e Joseph Dalton Hooker, coi quali dà vita ad in un triangolo di corrispondenze e pubblicazioni che scriverà alcuni dei capitoli più illuminanti della scienza botanica del tempo.
Dai campioni di Morrow e Williams, Gray identifica un nuovo genere e quarantuno nuove specie. Alcune di queste vengono dedicate agli scopritori, come Lonicera morrowii (oggi L. tatarica var. morrowii), Carex morrowii e Clematis williamsii. Carex morrowii, la carice giapponese, è importante. Questa robusta ed arcuata specie ha dimostrato notevole potenziale ornamentale e se ne sono ricavate diverse selezioni (spesso associate alla cuginetta C. oshimensis) che bene rispondono ai dettami di certo landscape contemporaneo[5].
Due altre specie cespitose – Cirsium suffultus e Pertya scandens – sono scoperte da un ufficiale navale russo, Dimitry Kuznetsov (?-?), che sta esplorando gli stessi porti tra il 1854 e 1855. Mentre Cirsium suffultus non è che uno dei tanti incalcolabili cardi che annualmente si disseminano nell’emisfero settentrionale, Pertya scandens è più interessante. L’ordinamento alternato delle foglie e la frastagliatura dei bei petali rosati ricordano nei modi li disporsi di certe Hamamelidaceae.

Fra i protégé di Gray vi è anche Charles Wright (1811-1885), americano del Connecticut. Prima di imbarcarsi per l’Asia Wright ha già botanizzato in lungo e in largo gli Stati Uniti centro-meridionali. Gray sarà talmente soddisfatto degli esiti di queste missioni da dedicargli Plantae wrightianae (1852-53). Dal 1853 al 1856 Wright è fra i membri della missione americana North Pacific Exploring and Surveying Expedition, salpata con l’obiettivo di individuare passaggi navali tra lo stretto di Bering e le coste sino-giapponesi. Qui pare aver vita più facile di Morrow, come si evince del resto dal nome stesso della spedizione, la cui natura è ora esplorativa piuttosto che politico-commerciale[6].
Affiancato dall’assistente James  Small (?-?), Wright botanizza Hakodate in Hokkaido e, scendendo in latitudine, le isole ormai tropicali di Tanegashima, Bonin e Ryukyu (Okinawa incluso). Fra le specie scoperte, Viburnum wrightii e Trillium smallii sono degne di nota. Il primo è il gemello imberbe[7] di Viburnum dilatatum, col quale ha in comune i frutti brillanti, il color porpora autunnale e l’alto valore ornamentale. Il secondo è una minuta specie nel già non mastodontico genere Trillium, non priva tuttavia di uno charme sottile e quasi sinistro. Il nome comune inglese è a volte impropriamente scritto “small trillium”, sguarnito della S maiuscola e genitivo sassone che gli spetterebbero. Altre new entry sono la larga felce Asplenium wrightii e Halosaccion wrightii, una delle tante alghe descritte da Wright[8]. Curiosamente tuttavia, è il capitano della missione John Rodgers a ricevere i più alti onori tassonomici, con un l’assegnazione di un intero genere botanico, la notevole Rodgersia groundcover regina delle zone d’ombra umida temperata[9].

Ad Hokkaido, Small osserva Pogonia ophioglossoides, un’orchidea a bocca di serpente stimata fino a quel momento essere indigena americana. Si tratta dell’ennesima controprova nella corso della missione di piante presupposte americane “riscoperte” in Giappone. Il ricorrere di queste osservazioni (unitamente all’osservazione incrociata delle scoperte di altri plant hunters in Giappone) induce Gray ad accostare la flora giapponese a quella della costa est nordamericana, secondo la teoria evoluzionistica nota come “Asa Gray disjunction”[10].
Nel frattempo in Inghilterra Darwin sta gettando le basi della sua teoria evoluzionistica e Hooker sistemando insieme a George Bentham la flora delle colonie britanniche. Il Giappone non rientra fra quei dominii, ma un inquadramento naturalistico dell’arcipelago è fondamentale, anche in considerazione delle teorie di Gray[11]. Inoltre, la moda e continua richiesta di piante rare ed esotiche è in full swing fra la ricca società vittoriana. La necessità di ottenere novità ornamentali non è procrastinabile. Così, sebbene dal 1837 Kew abbia perso il patronato reale e non possa più permettersi di imbarcare esploratori nella misura in cui aveva fatto Joseph Banks, anche Joseph Dalton, come suo padre William Jackson direttore prima di lui a Kew, deve sguinzagliare esploratori per i quattro angoli del globo.

Fra questi vi è Charles Wilford (?-1883), assistente all’erbario di Kew, in Giappone nel 1859 dopo soggiorni a Hong-Kong, Corea e Taiwan. Nell’arcipelago nipponico Wilford visita Hakodate e, per la prima volta nella storia delle esplorazioni botaniche, l’isola di Tsushima tra il Giappone e la Corea del Sud.
Vi sono dubbi sulla condotta di Wilford. Se ne perdono le tracce per un periodo, poi ricompare negli annali ma più per le manchevolezze che per i meriti. Sembra che la sospensione dagli incarichi da Kew finisca la vita in disgrazia. Il suo nome tanto criticato rimane comunque commemorato in Geranium wilfordii (da non confondere con il simile G. Thubergii), Dictyocline wilfordii (una curiosa felce dimorfica), Lespedeza wilfordii (raro bush-clover), Cynanchum wilfordii (una volubile rampicante che ricorda Dioscorea japonica allo stato foliare) e Tripterygium wilfordii (un interessante ma poco noto rampicante asiatico nelle Celastraceae). Nessuna di queste specie è raccolta in Giappone. Da Tsushima è tuttavia spedito un  Sorbus dal magnifico colore autunnale: l’epiteto wilfordii verrà proposto, ma oggi nel mondo si parla di Sorbus commixta, il sorbo giapponese.

Se Hooker non può fare troppo affidamento sulle spedizioni di Wilford, fortunatemente diversi raccoglitori indipendenti sostengono la causa. Christopher Pemberton Hodgson (1821-1865) è un gentiluomo inglese educato a Eton e Cambridge, in Giappone dal ’59 al ’61 in qualità di console britannico. Pemberton Hodgson è un raccoglitore autodidatta, privo di una formale educazione botanica ma non certo di passione e intraprendenza. Pare inoltre essere affetto da Wanderlust, quel mal del viaggiatore che è attributo fondamentale di ogni esploratore che si rispetti. La presenza del contagio è riscontrabile in modo inequivocabile attraverso i soli titoli dei suoi libri: Reminiscences of Australia, with Hints on the Squatters’ Life (1846); El Ydaiour: a Book of Eastern Travel (1849); The Wanderer and other Poems (1849).
Pemberton Hodgson botanizza le aree di Nagasaki e Hakodate. I resoconti di queste spedizioni sono riportati nel suo ultimo libro, A Residence at Nagasaki and Hakodate (1861), che è dedicato a Hooker il quale scrive un’appendice con una lista delle piante giapponesi allora conosciute alla scienza. Pemberton Hodgson invia a Kew numerosi campioni, soprattutto essiccati. Ligularia hodgsonii è invece spedita viva e vegeta e sarà a lui dedicata.

Un altro raccoglitore indipendente è Sir Rutherford Alcock (1809-1897), il primo diplomatico britannico a vivere in Giappone, in qualità di console generale a Edo dal ’58 al ’65. Il suo libro Capital of the Tycoon (1863) è considerato una storia diplomatica del Giappone moderno, ma non mancano le osservazioni di carattere naturale. L’autore scrive di vedere attorno a sè “pace, ricchezza, una apperente contentezza, e un paese perfettamente coltivato e mantenuto, con legno ornamentale dappertutto, che non potrebbe essere uguagliato neppure dall’Inghilterra”. Alla fine del libro sono appuntate le annotazioni di un giovane naturalista inglese, tal John Gloud Veitch, che assurgerà presto tra i protagonisti di questa storia.
Sir Alcock, che è figlio di un medico e educato in medicina, mantiene un rapporto epistolare con Hooker dal quale riceve alcune scatole wardiane e istruzioni sulle tecniche di propagatura. Alcock non introdurrà nuove specie nelle collezioni di Kew ma, insieme alla moglie Lucy, sarà per Hooker un rilevante corrispondente da Edo[12].

Nell’inverno tra il 1859-60 negli stessi porti della capitale entra una spedizione tedesca. I naturalisti della missione sono il botanico Max Ernst Wichura (1817-1866) e il giardiniere Otto Schottmüller (?-1864). Wichura è una figura interessante. Esploratore e naturalista prussiano con un debole per alghe d’acqua dolce, muschi e salici, conduce studi pionieristici sull’ibridizzazione delle piante che influenzeranno le teorie di Darwin e Mendel.
Wichura rimane in Giappone quattro mesi invernali, esplorando nei pressi di Hokkaido, Nagasaki e Ryukyu. A discapito della brevità del suo soggiorno, l’epiteto wichurae torna nella Flora Japonica sotto le voci Allantodia, Eleocharis e Scirpus. Soprattutto Wichura ha il tempo di scovare una misteriosa rosa strisciante dai fiori bianchi, fogliame lucido e un vigore apparentemente incontenibile. Oggi il DNA di Rosa wichuraiana è – insieme a R. multiflora – nel cocktail di virtualmente tutte le moderne rampicanti e sarmentose.[13]

Appare quindi evidente che nel periodo dopo-Siebold è in atto una vera corsa agli smeraldi nell’arcipelago giapponese. Lo stesso Siebold, che fino ad allora aveva il monopolio delle importazioni per mezzo dei vivai Siebold & Co. a Leida, deve aver sentito il fiato sul collo al suo ritorno nel 1859. A competere non sono solo gli esploratori botanici ufficiali, ma anche tutto un drappello di corrispondenti, missionari, ufficiali e diplomatici in viaggio. È significativo il fatto che non solo le società botaniche ma anche i vivai privati mandano i raccoglitori, a testimonianza dell’interesse non solo scientifico, ma anche economico in atto.
George Rogers Hall (1820-1899) è fra gli interpreti che incarnano questo sovrapporsi di intenti e capacità. Hall è un medico americano del New England, che poco dopo la laurea nel 1846 si trasferisce a Shanghai, in cerca di opportunità che attendono gli arrembanti yankees in seguito alla Guerra dell’Oppio. Qui ben presto si accorge che la pratica di trafficante di arte orientale e metalli preziosi è assai più lucrativa della professione medica. Quando Perry entra nel porto di Edo, di fatto aprendo le frontiere del paese al commercio, Hall capisce che è arrivato il momento di fare i conti anche in valuta giapponese. Dal 1856 inizia un continuo e assai proficuo pendolare tra i porti di Shanghai e Yokohama. L’interesse botanico si sviluppa naturalmente in questo periodo, forse suscitato proprio dalla contemplazione delle arti cinesi e giapponesi, radicate nel folclore della natura e delle stagioni. Botanico autodidatta, Hall inizia a raccogliere e scambiare piante giapponesi. L’intento lucrativo viene affiancato da una fascinazione più colta per la bellezza di queste specie ornamentali, che possono essere viste – al pari dei giardini che le contengono – pure espressioni artistiche. Nel 1859 il giardino-vivaio di Hall a Yokohama è un punto di riferimento per chiunque sia interessato alla flora nipponica. Siebold visita queste collezioni al suo ritorno in Giappone, così come faranno tutti gli interpreti del prossimo capitolo di questa storia.

Nel 1861 Hall manda un carico di piante negli Stati Uniti, che entra nelle cure di Francis Parkman nel suo giardino a Jamaica Plain in Massachusetts. Si tratta della prima significativa introduzione di piante giapponesi negli Stati Uniti. Si vedono alberi da fiore come Cornus kousa, Malus halliana var. parkmannii, Rhododendron brachycarpum e le conifere nobilissime Chamaecyparis pisifera, Sciadopitys verticellata e Thujopsis dolabrata.
Sciadopitys verticillata era stato introdotto in Europa un anno prima dai vivai Veitch. Come il ginkgo descritto da Kempfer, Sciadopitys è un fossile vivente, solitario superstite di un gruppo un tempo numeroso. Fu un tempo un componente maggiore delle foreste nordamericane ed europee, Italia compresa. L’elegante distribuzione degli aghi ne ispirerà il soprannome umbrella pine e l’utilizzo come pianta ornamentale. Cornus kousa ha invece (almeno inizialmente) un impatto soprattutto scientifico. Quando fiorisce per la prima volta nel giardino di Jamaica Plain in giugno, Parkerman deve aver avuto un senso di déjà vu: la somiglianza con Cornus florida è ovvia. Quindi si rivolge all’amico Asa Gray, il quale è ben felice di adottare Cornus kousa come specie sorella di C. florida, così avvalorando la sua disjunction theory e il darwinismo di cui era sostenitore. Le cose cambieranno poco dopo in seguito alla maturazione dei frutti. Le drupe di C. kousa sono chiuse in un sincarpo che ricorda una fragola, in forma così diversa da C. florida che viene proposto di spostare il quasi-sosia asiatico in un genere a sè[14].

Una seconda e ultima spedizione accompagna Hall al suo ritorno in patria nel 1862. È difficile immaginare l’eccitamento dei membri del vivaio Parsons & Company di New York, presso le cure del quale è assegnato il materiale vegetale. Questa la loro testimonanianza del momento dell’apertura delle scatole wardiane: Se voi avete mai visto l’impazienza con cui a connoisseur d’arte sovrintende all’apertura di qualche tesoro d’arte, fra i quali egli pensa di poter trovare un originale di Raffaello o Murillo, allora potete avere un’idea dell’interesse con cui ognuno, proprietari e propagatori, circondarono quelle casse mentre erano sul punto di essere aperte.
Non rimarranno delusi. Dentro gli imballaggi trovano piante che segnano la storia dell’orticultura moderna. Fra queste vi sono: Magnolia kobus, M. stellata (nota inizialmente negli Stati Uniti come M. halliana), dieci forme ornamentali di Chamaecyparis pisifera, C. obtusa, Zelkova serrata (destinato un secolo dopo a sostituire l’olmo americano distrutto dal male olandese), diverse selezioni da giardino di Acer palmatum, Wisteria floribunda, Hovenia dulcis e molto altro ancora. Inoltre, piante oggi consolidate nel landscape americano come Taxus cuspidata e Lonicera japonica ‘Halliana’, che oggi è invasiva negli stati del sud.
Negli anni che seguono Hall pianta molte di queste piante nel suo giardino a North Farm in Rhode Island, che deve essere stato (prima di diventare un blocco condominiale) la controparte del vivaio di Yokohama, oltre che testimonianza del’intraprendenza commericiale e gusto estetico del proprietario. I residenti ricorderanno l’anziano e barbuto dottore, camminare tra le aiuole con una rosa in bocca, eccentrico giramondo.

NOTE

[1] Lo stesso Cristoforo Colombo fece una fine simile, ma in età più precoce.
[2] Come lui anche gli altri uomini di libro: Bayard Taylor (scrittore di viaggio), Wilhelm Heine (artista della spedizione) e Eliphalet M. Brown Jr. (fotografo della spedizione). Tutti con lo stesso titolo (acting master’s mate) e tutti assegnati a qualcuna delle stive, senza troppa considerazione. Sebbene passeggeri di terza classe, questi individui giocano un ruolo importante negli esiti della spedizione. Tuttavia le loro abilità e responsabilità non sono riflesse nell’ordine, cosa che ricorda un poco quello che ancora avviene talvolta oggi nei giardini, coi giardinieri. Che sono i veri protagonisti spesso inascoltati, invisibili, sottopagati. Silenziosamente si rompono le schiene, ma per loro non vi sono poltrone.
[3] La politica satoku bloccava ai cittadini ogni scambio con gli stranieri. Una situazione non troppo dissimile dallo stato odierno, a dire il vero. Al momento in cui scrivo questo articolo, solamente i semi possono passare per la dogana con una certa indulgenza: tutto il resto passa sotto i rigidi scanner della burocrazia e biocontrol nazionale.
[4] Il quale sembra abbia detto: “Why, our interpreter is as good an interpreter of nature as he is of the people of these regions!”. Williams piace anche ad Asa Gray, il più influente botanico americano del XIX Secolo, che di lui scrive: “A cherished friend and correspondent, author of one of the best works that have appeared upon the Chinese empire, and a good naturalist, as well as a learned oriental scholar”. Significativamente, Gray non si asterrà dall’elogiare anche il lavoro di Morrow.
[5] Come noto, il ricorso mirato alle graminacee (vere o presunte) ha mosso una rivoluzione che non si vedeva in orticultura dai tempi di Jeckyll o Robinson. Si veda alle voci: Hummelo, New Perennial Movement, Oehme van Sweden, John Greenlee, Silbersommer mix, low-maintenance grasses, Pennisetum viridescens, Calamagrostis x acutiflora ‘Karl Foerster’, Nassella tenuissima, eccetera eccetera.
[6] A ben guardare tuttavia, il motivo ultimo della missione non è totalmente in nomine scientia. I sopralluoghi e mappamenti sono volti a fornire rotte sicure per la caccia alla balena, attività molto popolare in quegli anni negli Stati Uniti, come si legge nei romanzi di Herman Melville.
[7] O – più propiamente – dalle parti glabre. Al contrario, Viburnum dilatatum dimostra pubescenza.
[8] Wrigth e Small dedicano un’attenzione particolare a questo gruppo di piante, come del resto dovrebbe fare chiunque passi per il Giappone.
[9] Il genere tropicale Wrightia è infatti dedicato a William Wright (1735-1819), un naturalista scozzese che visse in Giamaica. I vari smallii della tassonimia (Sedum, Euphorbia, Smilax, Penstemon, ecc.) onorano John Kunkel Small (1869-1938), botanico dei giardini botanici di New York che raccolse in North Carolina e altri stati del sud.
Curiosamente, sono talvolta partigiani i revisionismi nella tassonomia botanica. Il capitano Perry, ad esempio, non ha ricevuto epiteti in suo onore. Il perryi di molti generi è dedicato a William Wykeham Perry (c. 1846-1894), naturalista britannico che fu esploratore non meno audace del suo famoso omonimo, dal momento che esplorò Madagascar, Yemen, Cina, Corea, fino all’Isola Amsterdam nel mezzo dell’Oceano Pacifico.
[10] Gray sostanzialmente afferma che la flora dell’East Coast americana era alleata più stretta con quella giapponese ed est asiatica rispetto a quella della West Coast americana. Il fenomeno sarebbe osservabile anche in altri rami dalla biologia, come entomologia, ittiologia e micologia. La teoria di Gray è affascinante ma non nuova: già Linneo aveva osservato alcune relazioni in una tesi sulle piante della Kamchatka. Gray ha tuttavia il merito di riaprire il dibattito, soprattutto in rapporto alle contemporane tesi darwiniste.
La Asa Gray disjunction fu in seguito dimostrata non totalmente legittima. Tra i due areali investigati rimane tuttavia un parallelismo climatico (ma in Giappone le precipitazioni sono più abbondanti) e una certa vicarianza delle specie (in più di cento generi, fra cui Symplocarpus, Diphylleia e Liriodedron). Nessuna sorpresa quindi se quasi i tre quarti delle piante legnose usate oggi nei giardini dell’est USA sono immigranti giapponesi.
[11] Nel 1877 Hooker e Gray esploreranno insieme alcune regioni dell’America nord-occidentale per investigare le connessioni di quella flora con quella est asiatica, oltre che per individuare una linea di demarcazione della flora artica tra Nord America e Groenlandia.
[12] Forse ancora più significativamente, Sir Rutherford Alcock è promotore di una sezione giapponese all’Esibizione Internazionale di Londra nel 1862, dove fa esporre parte delle sue collezioni. Quella raccolta di oggetti esotici aprirà per la prima volta gli occhi dell’Europa sullo stato dell’arte giapponese, dando l’avvio al movimento del giapponismo in Occidente.
[13] Mi ha sorpreso pertanto scoprire che, a discapito della sua decisiva influenza, il nome Rosa wichuraiana è oggi giudicato invalido e sostituito con R. luciae. Non sarebbe la prima nè l’ultima volta che i dotti tassonomisti cercano di disorientare il popolo inurbano e sprovveduto dei giardinieri. Tuttavia, incuriosito dal caso, ho condotto una breve ricerca. La vicenda della scoperta e designazione di questa rosa è avvincete e vala la pena essere riportata qui.
Il caso vuole che al ritorno in Europa Wichura mostra la pianta a Veitch il quale, da bravo vivaista, non manca di notarne il potenziale ornamentale. Qualche anno più tardi Veitch organizza una missione in Giappone, con la rosa di Wichura ben indicata nella lista della spesa. Quando Wichura torna ai vivai Veitch, non riconosce la specie trovata da Veitch, che nel frattempo la aveva nominata R. wichuraiana. Il nome è pertanto cambiato in R. wichuraiana var. luciae. All’inizio del secolo scorso il vivaista francese René Barbier adotterà questa specie per introdurre le sue leggendarie rampicanti e sarmentose, usando il nome Rosa luciae, che si è consolidato. Dai vivai Barbier usciranno ‘Albéric Barbier’ (1901) e ‘Albertine’ (1921), seguite da ‘New Dawn’ per mano di Henry A. Dreer (1930).
PS: Vi è un equivoco (o, meglio, un abbaglio) comune anche a riguardo del nome luciae, che non deriva dal latino lux, lucis (visto il pregio del fogliame), ma onora Madame Lucie Savatier, guarda caso consorte di uno dei botanici che presto entreranno in campo.
[14] È divertente la descrizione di Paul Cappiello nel suo Dogwoods (2005): “In Cornus kousa, i frutti individuali a forma di palloni da calcio assomigliano a quelli di C. florida, sono fusi in un sincarpo, una struttura composta che ricorda da vicino un grosso lampone. È quasi come se uno portasse la massa di frutti di C. florida al vicino distributore di benzina e la gonfiasse con uno di quei tubi per aria compressa”.

FONTI

Coats, M.A. (1969). The Quest for Plants.
Creech, J. (2003). Japanese Hollies. (The Plantsman, Dec. 2003).
Creech, J. et at. (2015). Japanese Horticulture. Origins and History.
Howe, J.M. (1923). George Rogers Hall, Lover of Plants. (Journal of the Arnold Arboretum, Vol.4 No. 2 pp.91-98).
Pemberton Hodgson, C. (1861). A Residence at Nagasaki and Hakodate in 1859-1860.
Spongberg, S.A. (1990). The First Japanese Plants for New England. (Arnoldia, Vol.50 No.3).
Historical Expeditions in Smithsonian National Museum of Natural History. Website: http://botany.si.edu/colls/expeditions/

Giulio Veronese