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La storia di aceri che seguirà ha inizio nel Galles, terra pressochè ignara di questo nobile ceppo. (Eccezion fatta per Acer campestre, l’unico nativo britannico, che da quelle parti compone – insieme ad altri rustici compari come il nocciolo,  l’evonimo, il prugnolo selvatico, la rosa canina e, per la maggior parte, il biancospino – quella trama ondeggiante di siepature che narra i campi agricoli di Britannia come i bordi di Gertrude Jeckyll fanno per quei giardini).
Ma sto già divagando. Nell’agosto del 2013 lavoravo ai giardini botanici del Galles, in temporanea rotazione sotto il team indoor. Le mie giornate erano spese a rinvasare una collezione di bulbi sudafricani e immergere il naso nelle fioriture di una Stanhopia tricornis che aveva deciso di trasformare le serre tropicali in una profumeria.
Una di quelle mattine venne presentata una giovane coppia giapponese che si sarebbe unita al team outdoor per una breve esperienza lavorativa. Quando fu il mio turno di presentarmi e stringere la mano (o fare l’inchino?) scoprii con stupore che il ragazzo parlava italiano; e invero un italiano non del tutto sgrammaticato. Si potrà immaginare il mio diletto all’idea di poter esercitare la lingua madre in Galles, con un giapponese.
Nelle due settimane che seguirono io rimasi chiuso nelle serre, alle dipendenze dei miei bulbi e orchidee. Talvolta tuttavia, nel corso delle episodiche scorazzate sul buggy John Deere, mi capitava di vedere quei due esotici giardinieri arrampicarsi come ninja sugli alberi, equipaggiati dei loro silenziosi stivaletti in gomma e lame affilatissime di acciaio. La cauta scioltezza con la quale si muovevano sui rami pareva trattenersi nel corpo delle piante sapientemente potate, ora fluttuanti con grazia eterea nella luce.
La mattina del loro ultimo giorno in Galles, Takayuki ed Eiko furono salutati da tutto lo staff dei giardini botanici. Io abbracciai calorosamente il mio “gemello giapponese” e scambiai le e-mails, ma senza troppa speranza di poterlo davvero un giorno rivedere.

Tre anni più tardi, la mia bussola segnava di nuovo Italia. Per quanto concerne gli aceri nativi le cose andavano un poco meglio (a campestre si affiancano qui opalus, monspessulanum e i due gemelli platainoides e pseudoplatanus), ma le aristocratiche specie giapponesi erano ancora assenti o, al più, divagazioni esotiche e fraintese. Dal canto mio tuttavia, io stavo riempiendo due valigie per il Giappone, dove, insieme agli aceri magnifici, mi attendeva un nuovo lavoro in un giardino a Fukuoka.
Pensavo che fra le cose che mi avrebbero un poco agevolato la vita vi erano, oltre a un gruzzolo di yen e una mazzetta di biglietti da visita, anche un paio di contatti di giardinieri locali, preferibilmente capaci di parlare una lingua di radice indoeuropea. Mi tornò in mente il buon vecchio Takayuki. Mi misi a scartabellare tra la pila variegata di biglietti da visita collezionati durante gli anni britannici. Con mia felice sorpresa trovai il foglietto sgualcito scritto di suo pugno. (Takayuki è un giapponese atipico e non portava con sè i proverbiali biglietti da visita prestampati).
Scrissi subito una e-mail in inglese con qualche parola giapponese buttata qua e là. La risposta – inutile dire – arrivò in italiano. Takayuki era ancora nel settore e lavorava per una compagnia di giardinaggio a Sendai, nel nord-est del paese. Ci ripromettemmo di rivederci al più presto, e questa volta l’impressione era che la cosa sarebbe potuta accadere per davvero.

Dopo i miei primi sette mesi di soggiorno e acclimatamento giapponese, lo scorso settembre sono finalmente volato a Sendai. Takayuki mi aspettava all’uscita dell’aeroporto. La musica non era cambiata dall’ultima volta che lo avevo visto: nel baule dell’automobile aveva un arsenale di lame da potatura e nello stereo un cd di Jovanotti.
Per prima cosa siamo andati in visita al tempio Gokurakuzan Saihō-ji, che in Giappone è meta di pellegrinaggio per un rotolo dell’Amidha Buddha e il tofu fritto. Io non ho mancato di pagare il mio tributo ad entrambi, ma la mia personale venerazione si è rivolta alle vestigia di un albero defunto di Zelkova serrata. Questo è un largo colosso formato dai monconi di due esemplari distinti, che nei corso dei secoli unirono i loro legni. Purtroppo recentemente gli alberi sono morti, ma i loro tronchi sono stati tenuti e oggi sono considerati simbolo dell’amore coniugale, nonchè terza ragione di pellegrinaggio al tempio.
Siamo quindi rimontati in auto e, ora sulle note di Samuele Bersani, Takayuki mi ha portato presso la sede della sua compagnia di giardinaggio, Green Gate (website: http://ryumonen.co.jp). Sono stato introdotto al proprietario Ken Saitou e suo figlio Yasushi, che hanno da subito mostrato una certa curiosità per la mia storia. Da parte mia, io ho domandato di poter vedere i loro lavori, tutti eseguiti in stile e secondo tecniche tradizionali. Presentendo comuni interessi e una naturale simpatia, abbiamo deciso di spostarci in giardino e metterci al lavoro insieme. Con mio incontenuto tripudio, mi è stata data una cintura con una set di lame e i mitici stivaletti ninja. Ero finalmente pronto per potare gli aceri alla giapponese.

Ci siamo scaldati le mani potando qualche ortensia, con l’intenzione di dar spazio agli aceri e renderli più leggibili. Quando un giapponese pensa alle ortensie, pensa sostanzialmente ad Hydrangea macrophylla. Egli poterà tra luglio e agosto invariabilmente, a seconda dei climi e dei propri impegni. Questa è una differenza che ho osservato rispetto al Regno Unito, dove in genere in estate facevo solo deadheading e la potatura vera e propria era rimandata ad inizio primavera, in coincidenza con la dispersione degli ultimi geli. Penso che una potatura estiva si giustifichi per le temperature più elevate del Giappone (almeno nel sud e centro-sud), che danno modo alle piante di incallirsi e lignificare efficacemente. Nessuna obiezione quindi a sforbiciare anche in estate, ma due postille vanno appuntate: la prima, è che un certo occhio sarà necessario per prevedere la crescita delle piante e la loro statura ultima; la seconda, che i tagli siano condotti con buon anticipo sulle calure agostane, in grado di ustionare le piante potate.
Ken dimostrava di saper maneggiare con confidenza tutte le prassi canoniche della potatura delle ortensie: asportazione del legno più vecchio e delle relative branche laterali, recisione dei rami contorti o incrociati, tagli subito sopra alle gemme e statura finale delle piante decisamente bassa, appena sotto al ginocchio. Tuttavia, dal momento che – come stavo per imparare – il giardinaggio in Giappone è esecuzione artistica piuttosto che affar tecnico, Ken mi ha mostrato anche un trucchetto che non si trova sui manuali della Royal Horticultural Society. Egli ha avvicinato le cesoie alla coppia di gemme opposte e, con flemma tutta giapponese, ha tagliato obliquamente in corrispondenza del nodo, in modo da mantenere solo una gemma e con quella la direzione prescelta. (A dire il vero questi trucchetti si vedono anche dalle nostre parti. A Wespelaar in Belgio, ho visto Koen Camelbeke spuntare a mano le gemme centrali delle azalee, favorendo le diramazioni. Ma tra l’impeccabile “terminal-bud-pinching technique” di un massimo dendrologo europeo e lo schiocco acuto e preciso delle cesoie di un maestro giardiniere giapponese passano due oceani di distanza).
Lo spazio attorno agli aceri iniziava ora ad avere maggior respiro. Le chiome sono state liberate dall’intralcio e dal conflitto di alcuni rami di Pseudocydonia sinensis e Eurya japonica. Diradati gli attori comprimari, i nobili aceri beneficiavano ora del legittimo palcoscenico e potevano ricevere la potatura.

Ken era sul punto di darmi una lezione di giardinaggio e di stile che non avrei dimenticato. Anche se il suo giapponese era filtrato dalla traduzione di Takayuki, il tono stesso delle parole di Ken, pacato e imperturbabile, bastava a trasmettere il senso di un intendimento profondo. Restituire ora in lettere quella lezione non sarà facile. Mi scalderò con un breve excursus botanico sugli aceri giapponesi e il loro uso in Giappone, così da chiarire alcuni degli aspetti pratici con un poco di teoria.
Sebbene in Giappone la compagine di aceri nativi sia folta (22 specie in Flora of Japan di Jisaburo Ohwi, 24 secondo Book of Maples di Masayoshi Yano), nella testa del giardiniere giapponese c’è spazio solo per due nomi, momiji e kaede. Momiji, all’anagrafe botanica Acer palmatum, è il gruppo degli aceri giapponesi per antonomasia; il nome è traducibile con “mani di fanciullo”, con riferimento alla fragile grazia delle foglie lobate. (Vi è anche una seconda radice, etimologicamente forse più affascinante, il verbo arcaico momizu “l’arrossarsi delle foglie”). Kaede dal canto suo significa “mano di rana” e, in associazione con altri epiteti più o meno elegiaci, compone  il nome comune di grossomodo tutti gli altri aceri palmati nativi. Non sfiderò ora la vertigine della lista di quei nomi aggluttinanti, ma la tentazione di una enumeratio botanica dei palmati giapponesi è troppo forte – eccola: Acer buergerianum, A. capillipes, A. cissifolium, A. crataegifolium, A. diabolicum, A. japonicum, A. micranthum, A. miyabei, A. morifolium, A. nipponicum, A. pictum (il fu A. mono), A. pseudosieboldianum, A. pycnanthum, A. rufinerve, A. shirasawanum, A. sieboldianum e le rispettive variabili sottospecie e forme.
Mostrati ad occhi occidentali, entrambi momiji e kaede paiono a buon diritto “aceri giapponesi”, particolarmente per via della foglia palmata che – più delle sfumature autunnali – demarca il tratto diagnostico dei tipi asiatici. (Si tenga presente che le 11 specie della serie Palmata sono tutte asiatiche tranne l’americano circinatum, il quale non a caso è spesso adottato come “giapponese” da orticulturisti e vivaisti). Nel cuore dei giapponesi tuttavia, momiji è la pianta esemplare, vera regina del gruppo. Le ammiratissime foglie autunnali sono ancora chiamate dai vecchi i “fiori” dell’acero, con un moto poetico di immaginazione che va al di là della mera precisione scientifica. Questa pluricentenaria affezione ha determinato che la maggioranza dei cultivars giapponesi è stata e continua a essere ottenuta da A. palmatum, con sporadiche concessioni a A. japonicum e A. shirasawanum. Tal favoritismo si spiega anche in ragione della notevole variabilità genetica di A. palmatum, di gran lunga la specie più mutevole del genere. Tal caratteristica ha permesso non solo l’immemore proliferazione di ibridi, incroci, variazioni e mutazioni variegatissime, ma anche la conseguente babele tassonomica, causa di irrisolta costernazione tra gli amanti del genere e ICRA, l’autorità internazionale per la registrazione dei cultivars.
Costernazione che sembra non tangere il giardiniere giapponese, il quale è ben contento di vedere i momiji crescere nel decorso promiscuo delle loro linfe. Secondo il gusto intrinsecamente giapponese dell’inafferabilità del mondo naturale, egli preferirà gli imprevedibili cangiamenti della specie vera al carattere più codificato dei cultivars di ottenimento artificiale. Sofisticherie da laboratorio siano relegate fra le mura dei giardini botanici o nelle aiuole delle rare collezioni private. Cosicché, passeggiando per i templi e i giardini, uno si chiede dove mai siano coltivate le centinaia di cultivars di A. palmatum che il Giappone ha regalato al mondo. Personalmente continua a stupirmi la scarsità delle foglie incise del gruppo ‘Dissectum’, così esemplarmente “giapponesi” in Europa e America. (Questa tendenza “naturalista” è riscontrabile in molte delle piante emblematiche dell’orticultura giapponese. Selezioni dalle forme o colori troppo coraggiosi non sono reputati idonei allo stile misurato dei giardini tradizionali e vengono spediti all’estero. Tali abdicazioni non devono stupire; del resto, da un popolo che per primo ha commercializzato i compact disc, ma ancora usa le cassette a nastro ci si può aspettare questo e altro).

Tutta questa teoria io la avevo ripassata sull’aereo per Sendai. Ora che avevo di fronte un acero da potare, ero bramoso di avventarmi sui rami e mostrare le mie capacità. Con un cenno gentile ma perentorio Ken mi ha fermato. Mi ha chiesto di arretrare di qualche metro e di osservare la pianta. Ken stesso non si è mosso: resta in statico confronto con l’acero, cerca di consultarne il silenzio;  inizia cautamente a camminare attorno alla pianta, interrogandone le angolature, i movimenti, i desideri inespressi; tenta di immaginare le future metamorfosi del colore, come il luccicare delle gemme rosse sugli arti ancora nudi, preludio del divampare dei giorni maturi, o i verdi turgidi e inconsci nella primavera, o il cedimento graduale nella terra d’ombra durante l’inverno.
Ken era interessato non solamente alla pianta individuale, ma anche al profilarsi di questa nel contesto più vasto del giardino. Il fine ultimo era inserirla in una posizione di equilibrio asimmetrico e intuitivamente calcolato, come una pedina di scacchi nel mezzo di una partita silenziosamente manovrata. Tutti gli elementi di questa scacchiera naturale – forma, dimensione, struttura, colore – sono chiamati a bilanciare quest’ordine che deve essere asimmetrico e naturale, come episodica ed intuitiva è la sua comprensione.
Ken mi raccontava che gli aceri sono stati tradizionalmente accolti nei giardini giapponesi non solo per l’effetto autunnale, ma anche per la nobile struttura. (Non vi è dubbio che le specie giapponesi si caratterizzino per una ramificazione naturale articolata ed elegantissima, che li distingue rispetto ai cugini americani, alberi da legna imponenti ma talvolta allampanati come A. macrophyllum, A. rubrum e A. saccharum). La potatura è l’artificio umano con la quale si rivelano ed enfatizzano queste ramificazioni, scolpendole nello spazio vuoto. Ken significamente parlava di edaburi, la “vibrazione dei rami”.
Ne consegue che uno degli errori classici che il giardiniere occidentale può compiere potando “alla giapponese” è modellare la pianta in una forma troppo perfettamente densa e geometrica. Gli aceri che si vedono dalle nostre parti spesso sembrano ombrelloni da spiaggia. (Questo soprattutto per via dell’uso e naturale postura di ‘Dissectum’, a dire il vero). In Giappone alcune specie decidue sono mantenute in modo formale e “siepato” (un esempio è Zelkova serrata, albero emblema della città di Sendai), ma per gli aceri è richiesto un grado ulteriore di artificio.

Tradizionalmente in Giappone gli aceri si potano tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, quando la struttura è ben manifesta e il processo linfatico è fermo. Nel mio caso eravamo un poco in anticipo, ma è stata fatta una concessione, a titolo dimostrativo.
Secondo Ken gli aceri si possono iniziare a potare dal giorno in cui l’ultima foglia si è staccata dal ramo. Questa è una regola empirica per alberi e arbusti decidui, la teoria è che in questo periodo la maggior parte degli amidi è tornata nel legno, ma le linfe non hanno iniziato la risalita per la produzione delle foglie in primavera. Potature precoci o tardive sono comunque lecite, magari evitando le settimane fra gennaio e maggio, quando i geli possono minacciare le piante e le linfe sono in movimento per la creazione delle foglie nuove.
L’altra regola aurea è evitare tagli di diametro troppo grosso (secondo i manuali non oltre la metà del ramo madre), cosa che per la sua natura riguardosa e conservatrice il giardiniere giapponese raramente azzarderà fare. Egli applicherà piuttosto aggiustamenti radi e occasionali, nella convinzione che non siano tanto i mesi, ma l’affilatura delle lame ad autorizzare il momento delle potature. (Assunzione per altro forse troppo estensiva, poichè vista la loro incredibile qualità, le lame giapponesi saranno sempre affilate).
L’acero che ci stavamo accingendo a potare aveva perso un anno di potatura e alcuni rami apparivano leggermente sovradimensionati. Secondo Ken questa accresciuta statura non rappresentava uno sbaglio da correggere, ma piuttosto lo stato della naturale crescita della pianta e del suo legittimarsi negli equilibri nel giardino. In fin dei conti, egli mi diceva, alcune crescite troppo protese e vitali, se lasciate, si piegheranno da sole nell’arco delle stagioni trovando una propria naturale forma, che sarà impareggiabilmente più “bella” di quella imposta dalla mano umana.  Ascoltando Ken mi rendevo conto che l’apparente permissivismo con la quale il giardiniere giapponese opera non è pubescenza tecnica (o blanda pigrizia, come ha volte ho pensato), ma cosciente reverenza della natura, e assistenza di quella.
Questa tesi mi è stata successivamente comprovata osservando i continui casi di non-manutenzione del verde nei templi giapponesi. Alberi e arbusti (non a caso sempre autoctoni) sono lasciati crescere in uno spazio ristretto quando non costipato, fino a ricavare, magari nell’alleanza del muschio, una dignità legittima e rustica. Allo stesso modo, legno decaduto o vecchi tronconi sono mantenuti (spesso addirittura protetti o idolatrati, come nel caso della Zelkova a Gokurakuzan Saihō-ji) così evocando quel gusto estetico di impermanenza che i giapponesi chiamano wabi-sabi.
Pertanto oggi, sorpassato un primo periodo di shock orticulturale, sono ormai della convinzione che  il giardino giapponese vada inteso non come domicilio del giardiniere, ma palestra spirituale del monaco.

Ora che Ken aveva temperato il mio latino rattrappito nella distesa poetica delle sue parole, ero finalmente pronto per iniziare a toccare la pianta. Tutti abbiamo preso a lavorare sullo stesso acero, ognuno seguendo e imitando Ken, secondo quel mutuo vincolo maestro-discepolo (senpai-kōhai) che ancora permea ogni ambito società giapponese, dalle scuole buddiste di Nara agli uffici delle multinazionali di Tokyo. Ken ci parlava di intenzione innata delle piante, di ascolto del loro silenzio, di accoglimento del vuoto.
Il nostro compito non era creare ma “svelare” la bellezza che era in potenza nelle linfe della pianta. Mi sono tornate in mente le parole di Michelangelo sulla scultura “per forza di levare”. La differenza tecnica è che in quell’arte plastica il processo inizia ovviamente dall’esterno, mentre per gli aceri giapponesi le sottrazioni si applicano in primo luogo dall’interno delle piante, scalando dal legno più vecchio a quello più giovane.
Dopo aver asportato il (poco) legno morto, Ken si è concentrato sui diametri maggiori della pianta, con l’intenzione di rilevare muscoli e fasciature degli arti più interessanti. Progressivamente egli isolava e rivelava il movimento del tronco principale dai giovani elastici butti basali e dalle foglie sparute. Una cernita era fatta anche tra i rami incrocianti o troppo paralleli. L’aggetto dei rami principali andava bilanciato, ma in una simmetria non troppo rigorosa. Una branca laterale si estendeva in modo troppo spiccato. Ken la ha recisa in profondità, in corrispondenza di un ramo secondario giudicato adatto a diventare il nuovo leader.
A questo punto Ken ci ha invitato a muoverci tre passi indietro. La struttura della pianta appariva immediatamente più leggibile, erano enfatizzati i chiaroscuri delle diramazioni e la brillantezza della corteccia. Per il momento non erano state sfiorate le cesoie, ma solo determinati 4 o 5 tagli con un seghetto pieghevole.

Insieme a un accresciuto grado di leggibilità, l’acero si stava arricchendo anche di una certa “sincerità”, disvelazione graduale della sua struttura inerente. La mia mente andava alla storia di Louis Kahn che, pur nella distanza antipodiale, è parabola in fondo affine all’atmosfera zen che stavo respirando. Tuttavia – è bene precisare – nella potatura degli aceri in Giappone non vi è nulla di surreale o esoterico: indipendentemente dalle regioni o religioni di appartenenza, Acer palmatum ha la naturale tendenza ad impalcarsi in modo forbitamente ritorto e delicatamente cadente.
Il trucco è rivelare questa declinante orizzontalità dei rami, separandoli in strati distinti che non si tocchino. Ken mi ha invitato a immaginare questi livelli come le onde progressive di una sorgente. Il classico motivo grafico giapponese sei-gai-ha (letteralmente, l’onda dell’oceano blu) raffigura con suggestiva efficacia questo movimento. (Nel suo illuminante libro “Niwaki”, Jake Hobson descrive la sua iniziazione alla potatura degli aceri sotto la guida di un collega giapponese. L’autore racconta che questi gli mostrò la mano distesa orizzontalmente, con le dita aperte: quella doveva essere la forma finale dei rami potati. Quindi il giardiniere giapponese iniziò a contorcere le dita in alto e in basso: l’orizzontalità era persa e con essa il senso di sereno equilibrio).
L’importanza dello spazio negativo fra gli strati è fondamentale. Svuotando le chiome, si invita negli aceri una ariosità e luminosità che evidenzieranno i colori autunnali, quando la filigrana delle foglie brillerà in controluce. Ken si serviva di questo vuoto non solo per enucleare la struttura della pianta, ma anche per prendere in prestito, incorniciandoli, gli elementi del paesaggio, come il risalto di certi sempreverdi o il fondale del cielo. Mi accorgevo che egli stava modellando il vuoto per impossessarsi dello spazio.

Ken è passato alle cesoie ed era impegnato a sottrae arbitrariamente gli strati intermedi o conflittuali. Anche i rami diretti all’interno della pianta erano rimossi, per favorire l’estensione dell’acero verso l’esterno. Egli procedeva sicuro sfruttando la naturale tripartizione dei rami, privilegiando le coppie laterali e tagliando il ramo centrale. Oltre a creare una immediata apertura e ariosità, questo avrebbe portato a una struttura più compatta e una più corta distanza dei nodi.
Il lavoro si era fatto gradatamente più spicciolo e tutti quanti abbiamo preso a lavorare attorno all’acero. Un grado di casualità è ora introdotto e ammesso per via del lavoro contemporaneo di più persone. Il risultato non sarebbe stato scientificamente controllabile, ma questo non aveva eccessiva rilevanza, per le stesse leggi di inerente asimmetria che regolavano il componimento del giardino stesso.
Progressivamente ci siamo spostati verso le terminazioni dei rami, dove il fogliame formava belle serie alternate di ventagli distesi. Dalle cesoie siamo quindi passati all’uso delle dita, spiccando via i rametti troppo obliqui o addensati. Anche le singole foglie erano sbarbate a mano dai rami, cercando ove possibile di mantenere ambo le coppie opposte. (Anche in questa pratica era il segno di un istintivo asservimento all’assetto naturale della pianta, dal momento che le coppie opposte sono forse l’unica caratteristica diagnostica del genere Acer, che ha altrimenti morfologia piuttosto variabile).

Il primo acero era finito. Il portamento naturale dell’acero era rivelato, ma per grazia di criteri artificiali e ragionatissimi. Questo accordava nella pianta un grado elusivo di naturalezza che pareva competere con la natura stessa.
Noi avevamo iniziato a spostarci di acero in acero, intendendoci ormai per sguardi e cenni reciproci come una squadra ben affiatata. Il silenzio assorto si riempiva a tratti di una domanda o una risata. Io procedevo meccanico, alternando l’uso della sega, cesoie e dita della mano. Guardavo alle foglie, ma senza perdere di vista il giardino – e viceversa. Sentivo di potare progressivamente insieme ai rami, anche parte dei miei preconcetti e fraintendimenti sui giardini giapponesi.
Soprattutto capivo che l’abilità orticulturale da sola non basta per potare gli aceri alla giapponese: è richiesta una profonda sensibilità artistica. Il giardinaggio in Giappone è l’arte preposta all’osservazione della natura nelle stagioni e all’immaginazione di quella nella scala ridotta del giardino.  Il principio fondamentale è che un intero paesaggio possa essere descritto in un albero o in una roccia, esattamente come avviene in un bonsai o un suiseki, rispetto ai quali solo la scala di miniaturizzazione cambia. La conoscenza tecnica è ovviamente essenziale, ma in ultima analisi subordinata alla forza immaginativa. Da quel giorno a Sendai ho capito che mentre il giardino occidentale è troppo spesso scritto in solida prosa, i giardini giapponesi sono poesia senza parole, sono dipinti a tre dimensioni.

Giulio Veronese