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La storia del rapporto tra l’Occidente e il Giappone è storia recente e tribolata. Sfogliando gli annali, sembra di assistere ad una telenovela in cui i due protagonisti si incontrano e si separano, si confidano e si tradiscono, si amano e si odiano.
Fra le parti esistono naturalmente le distanze geografiche, le barriere linguistiche e un paio di bombe atomiche. Tuttavia il motivo vero di questo secolare tiro alla fune si spiega forse nel connaturato atteggiamento isolazionista dei nipponici. È difficile per un occidentale quantificare i gradi intrinsechi di protezionismo e xenofobia in tale atteggiamento. Ma ciò che infine rimane è un arcipelago – o “pianeta” – che ha voluto sviluppare una civiltà assolutamente autonoma rispetto non solo all’Occidente, ma anche all’Asia continentale[1].

Tutt’oggi, dopo secoli di frequentazione e traduzione, le arti tradizionali giapponesi rimangono agli occhi degli occidentali esperienze esotiche, quasi traslate. Allo stesso modo, passeggiando per i giardini zen o botanizzando le specie native, si ha a volte l’impressione di muoversi attraverso un universo parallelo.
È stato anche il fascino di questi caratteri ad attirare gli esploratori e naturalisti occidentali nel Paese del Sol Levante. Nei capitoli che seguiranno, proverò a descrivere la storia delle esplorazioni botaniche occidentali in Giappone, e il loro grandioso contributo nello sviluppo dell’orticultura e giardini moderni.

Capitolo 1 – Dejima, la concessione olandese in Giappone

Il primo contatto fra l’Europa e il Giappone è assolutamente casuale. Nel 1543 una nave cinese viene spinta da una tempesta sulle coste dell’isola di Tanegashima. Il caso vuole che tra l’equipaggio vi siano tre marinai portoghesi. Questi decidono di sgranchirsi le gambe e scendono a terra: trovano un paese ancora medioevale, lacerato da secoli di guerre feudali. È un’epoca dei samurai, ninja e pirati, ma anche di vibrante sviluppo artistico[2].
Negli anni immediatamente successivi gli europei (portoghesi e spagnoli in testa) donano il loro contributo introducendo le armi da fuoco e il cattolicesimo[3]. Con buona dose di pragmatismo, i giapponesi si tengono i moschetti (una utile innovazione tecnica) e respingono la religione, in quanto destabilizzante e pericolosa. Dopo l’ennessima insurrezione, il cattolicesimo è dichiarato ufficialmente fuorilegge e perseguitato.
Giusto per stare sul sicuro, lo shōgun decide anzi di chiudere i confini del paese. Con l’emanazione nel 1641 del celeberrimo editto sakoku (letteralmente “paese blindato”), l’arcipelago in sostanza si auto-isola rispetto al resto del mondo. Gli europei sono invitati a far armi e bagagli. I giapponesi stessi non sono autorizzati a lasciare le isole o farvi ritorno. Una situazione che ricorda quella odierna nella Corea del Nord.
Rimane un rapporto meramente commerciale, consentito a un numero litato di nazioni e regolato attraverso vie d’accesso stabilite. Fra gli europei, gli unici ammessi sono i mercanti protestanti olandesi, sotto contratto per la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, al secolo VOC (Vereenigde Geoctroyeerde Oostindische Compagnie).

Gli olandesi sono alloggiati a Dejima, una piccola isola artificiale grande neanche un ettaro al largo di Nagasaki. I ponti che uniscono Dejima con la terraferma giapponese, rappresentano – e rappresentaranno per più di due secoli – l’unico legame del Giappone col mondo occidentale[4].
Da questi ponti passano per la prima volta nell’arcipelago prodotti come caffè, cavoli, pomodori, cioccolata e birra. Da queste palafitte trapelano le arti e tecniche occidentali, come la medicina, l’astronomia e la scienza militare. Così che Dejima verrà presto associata al rangaku, lo “studio dell’olandese”, esotica quanto ingenua sineddoche giapponese indicante lo studio del mondo occidentale.
Ma come in ogni telenovela che si rispetti, è un gioco oscillante tra il dare e l’avere. Dal punto di vista occidentale la “concessione” di Dejima rappresenta l’osservatorio da cui finalemente iniziare a mappare l’esotico satellite asiatico. Nei termini della nostra storia, Dejima è il cancelletto di partenza delle esplorazioni botaniche nell’arcipelago.

I primi paragrafi di questa storia sono scritti da un tedesco di Kassel. Andreas Cleyer (1634-1697/8) è il classico soldato di ventura, arruolatosi nella VOC col desiderio di far carriera e vedere il mondo. Pare quasi di vedere un Barry Lindon ante litteram, mercenario tra flotte ed oceani lontani. Tuttavia, al contrario del Barry di Thackeray, Cleyer manterrà tutti i gradi ben appuntati alla divisa e diverrà rispettato homo novus del suo tempo, erudito di commercio, medicina, farmacia e botanica.
Nel 1662 è mandato a Dejima come dirigente capo VOC. Vive in Giappone in due periodi fino al 1665, diventando di fatto il primo corrispondente occidentale di materia botanica dalle Isole del Sol Levante[5].
Thunberg nominerà in suo onore il genere Cleyera. La specie nativa C. japonica è una delle piante ancestrali della cultura giapponese, dove è conosciuta come sakaki e associata al credo primitivo shintoista. È bello immaginare che furono i rami di sakaki la prima offerta presentata al botanico svedese; e che questi abbia forgiato il primo nome della sua nomenclatura nel merito di chi fu il pioniere di quella.

Verso la fine del XVII secolo le lettere e descrizioni di Cleyer iniziano a circolare nei salotti europei, affascinando una generazione di avventurieri. Fra questi giovani gullivers vi è Engelbert Kaempfer (1651-1716), che come il suo predecessore è tedesco, interessato di materie naturali e bramoso di terre ignote.
Kaempfer si unisce alla VOC come capo chirurgo. (Ci pare ormai che chi volesse vedere il mondo all’epoca si imbarcarse per la VOC; un po’ come oggi unirsi all’equipaggio degli Emirate Airlines o Greenpeace). In valigia ha i ferri del mestiere e le descrizioni naturalistiche di Cleyer.
Quando arriva in Giappone nel 1690 ha trentanove anni e un curriculum di tutto rispetto. Ha vissuto in Svezia, Russia, Persia, Siam e Indonesia; è dotto di medicina, botanica, musica, arte, matematica, astronomia e lingue orientali.
Vive a Dejima due anni, durante i quali riesce a visitare l’entroterra. Visita i monaci buddisti a Nagasaki. Conosce lo shōgun Tokugawa Tsunayoshi, figura eccentrica che gli chiede non solo di essere educato sull’Occidente, ma anche di essere intrattenuto con canti e danze. Cosicché Kaempfer veste per un giorno i panni del console e giullare, in una sorta di carnevale della professione che ancora oggi i lavoratori occidentali in Giappone a volte provano sulla propria pelle.

Al ritorno in Europa Kaempfer scrive una storia del Giappone, in cui la società e cultura nipponiche sono descritte con metodo sistematico e descrittivo. Restitusce l’mmagine di un popolo frugale e industrioso, gelosamente secluso rispetto al resto del mondo. Si diletta nella descrizione delle tecniche dei suoi colleghi asiatici (come l’anguilla elettrica, l’agopuntura e la moxibustione). Riporta inoltre il mito “botanico” della colonizzazione del Giappone: pare che l’imperatore cinese avesse un tempo ordinato al suo medico personale di mandare 300 giovani nelle isole inabitate fuori dalla Cina per raccogliere essenze che donassero l’immortalità. Queste potevano essere toccate solo da mani pure, pena lo sfiorimento. Da questi 300 giovani plant hunters sarebbe derivata la popolazione giapponese.
Da un punto di vista naturalistico Kaempfer è celebre per la pubblicazione di Amoenitatum Exoticarum. In questo testo egli descrive scientificamente la pianta del tè e diverse varietà di azalee. Una di queste sarà successivamente nominata in suo onore, quel fondamentale Rhododendron kaempferi che è forse l’elemento più comune del karikomi, la topiaria tradizionale giapponese.
Azalee a parte, Kaempfer è soprattutto famoso per la descrizione di Ginkgo biloba, quell’oscura fenice botanica allora aleggiante tra preistoria e mito.  Questo “fossile vivente” è l’unico del suo genere sopravvissuto a una tribù anticamente numerosa. La curiosa grafia Ginkgo è una svista di Kaempfer (la romanizzazione dovrebbe essere Ginkjo o Ginkio) e rimane tutt’oggi fra gli errori ortografici più celebri della nomenclatura botanica[6].
Kaempfer non porta con sè nessuna di queste specie in Europa. Tuttavia le sue descrizioni hanno una certa risonanza nei salotti dell’intellighenzia europea, gettando una luce su terre e genti che fino ad allora erano credute quasi entità immaginarie[7].

Engelbert Kaempfer muore nella sua Germania nel 1716, dieci mesi dopo la morte di Luigi XIV a Versailles. Con l’acclamata scomparsa del Re Sole gli storici moderni datano l’inizio ufficiale del Secolo dei Lumi.
Così, mentre il Giappone è chiuso nelle sue isole come un’ostrica nel suo guscio, in Europa si disvela splendente la perla dell’Illuminismo. Uno dei passatempi favoriti diventa subito la riclassificazione del sapere. A Parigi Diderot e d’Alembert stanno compilando la loro enciclopedia; a Könisberg Kant critica toto corpo la filosofia occidentale; a Uppsala Linneo è alle prese con la riclassificazione dell’intero regno vegetale. Non soddisfatto delle 6000 specie a sua disposizione, istruisce e manda ai quattro angoli del mondo i suoi più talentuosi discepoli.

Fra gli apostoli di Linneo, Carl Peter Thunberg (1743-1828) è uno dei prediletti. Finiti gli studi all’Università di Uppsala, si sposta ad Amsterdam e Leida. Qui è commissionato da Johannes Burman e suo figlio a visitare le colonie olandesi e il Giappone, così da raccogliere le specie esotiche descritte da Kaempfer. Per farlo, gli sono necessari due requisiti: un contratto di lavoro con la VOC e la conoscenza della lingua olandese. Solo facendosi passare per olandese potrà infatti essere ammesso dalle autorità giapponesi a Dejima. L’arruolamento nella VOC avviene celermente, ma imparare l’olandese è un altro paio di maniche.
Così Thunberg si imbarca per il Sud Africa, allora colonia della Repubblica Olandese. Qui impara non solo la lingua, ma anche le arti di sopravvivenza, primo soccorso, caccia e pesca (tutte abilità alquanto desiderabili per un esploratore nel XVIII secolo). In Sud Africa conosce anche Francis Masson e Robert Jacob Gordon, che con lui scriveranno un buon pezzo della storia botanica sudafricana.

Nel 1775 Thunberg arriva finalmente a Dejima dove rimane per circa un anno. Le sue memorie giapponesi sono tramandate nel libro “Voyages de C.P. Thunberg au Japon par le Cap de Bonne-Espérance, les Isles de la Sonde, etc.” (indubbiamente un titolo da far invidia agli enciclopedici francesi). Fra le righe di questo testo si scorgono alcuni dei segni di quel disorientato oscillare tra ammirazione e frustrazione che oggi in Occidente si traduce generalmente con il termine cultural shock.
In particolare è la seclusione forzata a Dejima che sta stretta a Thunberg. Gli olandesi (o presunti tali) sono controllati a vista d’occhio, armi e libri religiosi confiscati. Astutamente Thunberg sfrutta le sue conoscenze mediche per acquisire piante della terra ferma: si fa portare specie vegetali con il pretesto di mangime per il bestiame o campioni per gli studenti. Verso la fine della sua permanenza in Giappone riuscirà a botanizzare anche la terra ferma, nel corso di una visita ufficiale allo shōgun.

Nel 1784 a Upssala Thunberg pubblica Flora Japonica, la prima raccolta sistematica della flora dell’arcipelago. Questo lavoro lo renderà noto come il “Linneo giapponese”, appellativo che si andrà ad aggiungere al precedente “padre della botanica sudafricana”, rendendo Thunberg una sorta di eroe dei due mondi, un Garibaldi della botanica.
Nella sua Flora, battezza japonicus-a-um diverse specie che crede native dell’arcipelago, ma che in realtà furono importate dalla Cina e Corea nei secoli precedenti. Ecco perchè questo epiteto va preso con le pinze, soprattutto quando seguito dall’abbreviazione “Thunb.”.
Tuttavia una folta rappresentanza di specie autenticamente giapponesi portano l’eponimo thunbergii. Fra queste vi è il pino nero giapponese Pinus thunbergii, che rappresenta senza azzardo uno degli elementi fondativi dei giardini dell’arcipelago (in compagnia dei muschi e delle roccie).

Thunberg muore nel suo letto in Svezia a 85 anni. Non male per uno che aveva rischiato la vita inseguito da detenuti evasi in Sud Africa e quasi affogato col suo cavallo nella fossa di un ippopotamo. Nello stesso anno 1776 nella portuale Nantes di ferrame e alberature, nasce Jules Verne. I personaggi dei suoi romanzi – così fluttuanti tra il vapore della rivoluzione industriale e il baluginii esotici dell’oppio – rappresentano gli alter ego ideali della magnifica generazione di cacciatori di piante che seguirà.

NOTE

[1] Rimangono emblematiche le parole di un ex primo ministro che descrisse il Giappone come una nazione costituito di “una civiltà, una lingua, una cultura e una razza”. E stiamo parlando di dieci anni fa…

[2] L’era Muromachi è un capitolo cruciale nella storia giapponese, dove si assiste alla formazione del paese moderno grazie anche alla nascita di una intraprendente classe di mercanti. Questi noveaux riches aspirano a una legittimazione sociale e si fanno ardenti promotori e collezionisti di oggetti artistici. Lo stato dell’arte ne giova. Molte delle discipline “naturali” giapponesi nascono o si definiscono in questi anni, come la cerimonia del tè, le composizioni floreali ikebana e il giardino zen o “di roccia”.

[3] Tanto che oggi l’isola di Tanegashima è famosa non solo per la produzione delle lame da cucina e i coltelli da bonsai tane-basami, ma anche per i moschetti.
Moschetti “made in Japan” certo, con curiosa foggia iberica…

[4] Parallelamente in Cina si assiste a una simile situazione a Guangzhou. Tuttavia mentre il porto cantonese si aprirà progressivamente alle mercato occidentale (diventantando presto uno dei maggiori porti commerciali al mondo), Dejima rimane una torre d’avorio nel mare d’oriente, sprofondando insieme al fallimento della Compagnia Olandese delle Indie Orientali nel 1800.

[5] Cleyer abbozza anche una Flora Japonica, che rimane inedita. La pubblicazione della prima flora giapponese avverrà quasi un secolo più tardi, nel 1784 ad Upssala per mano di Thunberg. Esattamente un secolo più tardi apparirà anche la prima flora del Giappone scritta da un nativo, Jinzō Matsumura [Ohwi, 1965].

[6] Il suono spigoloso di Ginkgo è piaciuto poco ad alcuni botanici. Alcuni adotteranno nome alternativi, come James Edward Smith (Salisburia adiantifolia) e più tardi, James Carlton Nelson (Pterophyllus salisburiensis), nel corso dell’ancora irrisolta revisione della famiglia Ginkgoaceae.

[7] Il lavoro pionieristico di Kaempfer può essere paragonato per importanza al lavoro in Cina di James Cunningham, che qualche anno prima aveva descritto per la prima volta la flora cinese. Tuttavia il botanico scozzese riesce anche ad introdurre piante in Europa (circa 600 specie).

 

FONTI

A.M. Martin, The perils of plant collecting.
http://www.evolve360.co.uk/Data/10/Docs/16/16Martin.pdf

Peter Barnes, Japan’s botanical sunrise.
http://www.barnes-botany.co.uk/explore_japan.html
(originally published in Curtis’s Botanical Magazine 18(1): 117-131 (2001)

Giulio Veronese